Salute e Sanità

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The Global Burden of Disease è una struttura internazionale che coinvolge oltre 480 scienziati di 50 paesi e che ha lo scopo di sintetizzare le conoscenze epidemiologiche mondiali sui problemi di salute. L’ultimo report relativo all’anno 2010 è stato pubblicato nel 2012. Di recente è apparsa su JAMA (2013; 310:591-608) una comparazione tra la situazione negli Stati Uniti, cioè il paese a più alta spesa sanitaria pro capite, ma con grosse diseguaglianze nell’offerta dei servizi sanitari, e quella dei 34 paesi dell’OCSE. Tre dati ci sembrano particolarmente rilevanti per la nostra professione.

Il primo riguarda le cause di morte e disabilità, che conferma ai primi posti le condizioni in cui ambiente e stili di vita giocano un ruolo determinante, come patologie cardiovascolari, tumore del polmone e patologia polmonare cronica ostruttiva, incidenti stradali, diabete e cirrosi. Si tratta quindi di condizioni ampiamente suscettibili di prevenzione, essendo i più importanti fattori di rischio abitudini dietetiche incongrue, fumo di tabacco, alcol, inattività fisica e inadeguati comportamenti di guida, che possono risultare tra loro correlati e sinergici. Rispetto al 1990 vi è stato inoltre un rilevante aumento della patologia psichiatrica, anche legata all’abuso di alcol e droghe e ai disordini della condotta alimentare.

Un secondo punto riguarda l’incremento dell’aspettativa media di vita alla nascita, che è aumentata in modo significativo in tutti i paesi presi in esame nell’arco degli ultimi 20 anni. In Italia, si è passati da 77 a 81,5 anni, classificandoci al primo posto a livello europeo e ai vertici in ambito OCSE (5° posto). Migliora anche l’aspettativa di vita sana alla nascita; in Italia si è passati da 66,8 a 70,3 anni, ponendoci ben più avanti di altre nazioni economicamente avanzate come Stati Uniti e Gran Bretagna, che spendono molto più di noi in assistenza e ricerca sanitaria. Vari fattori contribuiscono probabilmente a tali risultati – spesso non valorizzati da una stampa concentrata sulla malasanità – ma nella loro interpretazione non si può trascurare il ruolo di un sistema universalistico di assistenza sanitaria con estensione delle cure primarie specialistiche a infanzia e adolescenza.

Il terzo aspetto si ricollega in qualche modo agli altri due. In tutti i paesi – Italia compresa – tra il 1990 e il 2012 si è registrato un incremento delle malattie croniche.  In altre parole, si vive più a lungo, ma diminuisce la percentuale di popolazione “sana”. Il problema riguarda anche i minori. La prevalenza di almeno una malattia cronica – di più o meno grave entità – nella fascia di età 0-14 anni è attualmente dell’8,7% (stima Istat, settembre 2013), con un incremento di oltre il 40% rispetto a 20 anni fa; per le fasce di età 15-17 anni e 18-19 anni tale percentuale praticamente raddoppia (rispettivamente, 16,4 e 17,6%). Sono anche raddoppiati rispetto al 1990 i bambini e adolescenti con due o più malattie croniche.

In sintesi, le scelte politiche dovrebbero tenere in adeguato conto i progressi a cui “universalità ed equità di accesso a tutte le persone” hanno portato, piuttosto che magari inseguire modelli privatistici a maggior costo e minori risultati. In quest’ottica, si dovrebbe rafforzare l’assistenza pediatrica per tutti i bambini e adolescenti, anche meglio focalizzandola sulle problematiche emergenti e incentivando gli aspetti di prevenzione, a proposito della quale è indispensabile che vi sia una migliore attenzione alle inferenze dell’ambiente sulla salute, che hanno ormai raggiunto livelli critici.  Infine, la cronicità sta emergendo come la nuova frontiera dell’assistenza pediatrica, a cui si dovranno fornire risposte assistenziali e “sociali” di qualità, anche con un’adeguata pianificazione dei percorsi di transizione dalle cure pediatriche a quelle dell’adulto.

Silvano Bertelloni e G. Roberto Burgio

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