“Comunicare”, non parlare

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Portrait of confident practitioner consulting female with daughter in hospital

Ha fatto di recente scalpore la vicenda di un bambino nato da due genitori vegani alimentato con il solo latte materno fin oltre il primo anno di vita, che ha presentato gravi danni neurologici legati ai deficit vitaminici presenti anche nella madre e conseguenti a tale regime nutrizionale. Non è qui il caso di riprendere un argomento affrontato in una recente inchiesta de Il Pediatra (2015; 3: 12-17), ma di riflettere sui messaggi “ufficiali”, a volte poco creduti, e su quelli “alternativi”, che catturano i genitori attraverso una distorsione dei dati scientifici. Un chiaro esempio è quello del pensiero “antivaccinazione”, purtroppo sostenuto anche da pediatri (ma sono veramente tali? v. Lettura Burgio, Il Pediatra 2015; 2: 40-46), che forse non guardano veramente alla salute dei bambini e della società in generale. Così è stato anche per la deprecabile “vicenda Stamina”, che non sembra ancora finita. Purtroppo, anche proposte legislative come quella mirante a legalizzare il consumo di sostanze devastanti per lo sviluppo neuro-cognitivo di un minore, erroneamente definite droghe “leggere”, possono essere un “male” comunicativo.

Da questi pochi esempi, emerge la criticità delle capacità comunicative della “scienza ufficiale”, rispetto a certi “imbonitori”, che riescono a convincere alcune persone a scelte contrarie alla realtà delle attuali conoscenze mediche. Nella presentazione del volume “La Comunicazione in Pediatria” (Burgio GR, Notarangelo LD; 1999), Alberto G. Ugazio scriveva che “il medico è chiamato a far fronte a una nuova organizzazione della propria attività, dedicando uno spazio sempre più preponderante alla comunicazione”, che è un processo difficile, in quanto avviene tra due interlocutori che si trovano generalmente in una situazione di forte disequilibrio psicologico, tale da rendere usualmente ben identificabile un soggetto “forte” (il medico) e un soggetto “debole” (il paziente o genitore di bambino ammalato), che comunica “in stato di necessità”. Questa situazione si è fatta ancora più complicata, in quanto oggi non c’è paziente (o genitore), che di fronte a qualunque diagnosi o a qualunque argomento medico che lo coinvolge o lo incuriosisce, non si “tuffi nella rete” alla ricerca di informazioni, conferme, smentite (Tucci M, Burgio GR; 2007). Non è un caso se i siti più visitati al mondo sono quelli che trattano di “medicina”. Le virgolette sono d’obbligo, perché accanto a informazioni affidabili, migliaia di notizie medico-scientifiche disponibili in internet non lo sono affatto; inoltre, una persona non addetta ai lavori ha spesso difficoltà a discriminare le informazioni vere da quelle false, a volte non solo ingannevoli ma anche fuorvianti (basti pensare ai siti pro-anoressia nervosa), e a interpretarle con correttezza. Internet si può configurare, dunque, come un ulteriore elemento di disturbo nella comunicazione medico-paziente, se non se ne tiene adeguatamente conto. Sembra ‒ a volte ‒risorgere dalla notte dei tempi il mito del “medico-sciamano”, che appoggiandosi a false teorie o a nozioni scientifiche distorte “affascina” anche attraverso i media genitori e adolescenti fragili o in difficoltà.

È quindi auspicabile il recupero di una autorevole capacità comunicativa e relazionale da parte della Pediatria “ufficiale”, e della Medicina in genere, ai fini di rafforzare quel rapporto di fiducia tra le persone che si siedono ai due diversi lati della scrivania. A tal fine il pediatra deve necessariamente essere professionalmente molto aggiornato per confutare adeguatamente false nozioni di cultura medica nei suoi “clienti” e – al contempo ‒ adottare tutte le possibili strategie per evitare “errori di comunicazione”. Anche questo dobbiamo sempre tenere presente per essere buoni pediatri e comunicare efficacemente ai nostri bambini e ai loro genitori i migliori percorsi oggi disponibili in ambito di prevenzione e cura. Solo parlare è spesso non sufficiente.

Silvano Bertelloni

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