Il bambino al centro

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Giampietro Chiamenti, presidente FIMP
Giampietro Chiamenti, presidente FIMP

Il IX Congresso nazionale della Federazione italiana medici pediatri (FIMP) apre i battenti in un momento particolarmente intenso per il ruolo e la figura del pediatra nella vita e sviluppo del bambino, e della famiglia, e per la situazione politica e sindacale che agita il mondo medico. A parlarne è Giampietro Chiamenti, presidente della FIMP.

“Non si cresce da soli” è il titolo dato quest’anno al Congresso FIMP. Quale il suo significato?

Ci sono molte chiavi di lettura, diverse e tra loro articolate. Sul piano generale, mettendo il bambino come soggetto di quest’affermazione, vogliamo ribadire la necessità di costruire intorno a lui un ambiente favorevole, per garantire un processo di crescita armonioso. Questo ambiente comprende la famiglia, la scuola, le strutture per il tempo libero, il mondo della sanità e del sociale, con figure che si occupano del bambino con cui il pediatra collabora nel processo di coordinamento. Inoltre, per il pediatra, il titolo richiama l’evoluzione che la professione ha avuto e che ha comportato relazioni con altre figure professionali, da cui ha mutuato conoscenze e competenze, tanto da non essere più il “generalista” del bambino, ma un poli-specialista esperto di una fascia di età caratterizzata da variabilità e complessità. Infine l’aspetto sindacale: con il carico crescente di complessità assistenziale, anche il lavoro del pediatra subirà cambiamenti nel suo aspetto organizzativo, per garantire un sistema di cure accessibile a tutti ed equo.

Quali gli scopi, il messaggio forte che si vuole far portare a casa?

Il messaggio principale è che la pediatria di famiglia ha caratteristiche proprie e nello stesso tempo integrate nel sistema Paese sotto il profilo non solo della cura ma anche della “care”. Il pediatra si prende cura di tanti bambini sani di cui vuole mantenere lo stato di salute e garantirne il ben-essere proiettando le proprie competenze verso le problematiche derivanti dalla socializzazione del bambino/adolescente nei suoi vari aspetti e complessità. È un lavoro quotidiano che si andrà esplicando su diversi fronti i cui risultati si vedranno negli anni a venire e, come tale, deve essere valutato sulla popolazione. Non è un costo, ma una crescita culturale e professionale; un investimento di cui raccoglieremo i frutti nel tempo.

Il Congresso arriva in un momento caldo rispetto sia all’accordo sia alla mobilitazione dei medici per sostenere il SSN. Quale riflesso avranno questi temi sindacali e di diritto alla salute?

Il Congresso che si apre giovedì è un congresso scientifico. Ci saranno sicuramente spazi di discussione, perché i temi sindacali si intersecano con quelli scientifici, ma non saranno questi gli argomenti principali. Ci saranno piuttosto messaggi rivolti a richiamare l’attenzione sulla complessità del mondo della pediatria e sull’opportunità che abbiamo in Italia di proporre un modello agli altri Stati. In questo modello è la prevenzione il cardine dell’intervento ed è essa riportata a sistema la caratteristica che più ci discosta dagli altri sistemi sanitari. Lo spazio per i temi e le conseguenti azioni di politica “sindacale”, termine che nel nostro caso in sanità si identifica con “professionale”, saranno oggetto di altri tavoli e circostanze. Certamente il momento è molto caldo e la scadenza di rinnovo del Contratto nazionale di lavoro convenzionato (ACN) per la Pediatria di famiglia impone massimo impegno in un contesto del Paese in cui i tagli economici sembrano prevalere su tutto. Il rischio di una forte privatizzazione del SSN e la rinuncia ad alcuni livelli uniformi di assistenza, da non confondere con quelli essenziali che pur sono a rischio, sono temi di grande attualità le cui conseguenze ricadono prima di tutto sul cittadino ma anche sulla classe medica nell’organizzazione e qualità del lavoro. La pediatra in particolare vive un momento di revisione complessiva dei suoi modelli assistenziali in ambito sia ospedaliero sia territoriale a cui nessuno può sottrarsi. Può essere l’occasione di grandi miglioramenti ma anche di grosse difficoltà che l’area pediatrica sta valutando con confronti allargati su diversi tavoli. I risultati non dipenderanno solo dalle nostre proposizioni ma anche dalla volontà della politica, le cui scelte non sempre sono coerenti coi principi dichiarati. Sull’infanzia, per la parte che ci compete, noi abbiamo le idee molto chiare rispetto ai bisogni di salute e all’organizzazione necessaria per soddisfarli. Se gli interlocutori decisionali saranno disponibili a un confronto reale non ho dubbio che i risultati potranno arrivare; diversamente ciascuno si assumerà le proprie responsabilità.

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