Alimentazione che diventa cura

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TreatEat, l’alimentazione che diventa cura. Un progetto nell’ambito di iniziative dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma nell’area dell’alimentazione per offrire informazioni e soluzioni nuove per i bambini affetti da malattie metaboliche rare, epilessia, diabete, celiachia e insufficienza renale. Carlo Dionisi Vici, responsabile UOC di Patologia Metabolica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, ne spiega le caratteristiche.

Carlo Dionisi Vici, responsabile UOC di Patologia Metabolica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù

Quali sono il contesto e gli obiettivi di TreatEat?

TreatEat rappresenta ciò che collega il cibo e l’alimentazione alla cura. Da una parte c’è un contesto di tipo preventivo, quindi tutto quanto è legato all’obesità, alla sindrome metabolica: TreatEat è un veicolo educativo per far sì che bambini, ragazzi e famiglie si avvicinino a un’alimentazione più sana. Ma TreatEat è anche tutto quello che è collegato e diventa veicolo informativo per malattie come la celiachia, dove la cura effettivamente è dietetica. L’aspetto principale riguarda le malattie in cui la cura è basata sulla dieta. Le malattie metaboliche ne sono uno dei modelli più rappresentativi. Prese nel loro insieme sono oltre 500 e una buona parte il trattamento è dietoterapeutico, cura a vita di malattie anche molto gravi e invalidanti. La più frequente e conosciuta è la fenilchetonuria, ma ve ne sono tante altre, circa un cinquantina, oggi identificabili con lo screening neonatale esteso, come le organicoacidurie, i difetti del ciclo dell’urea, i difetti di ossidazione degli acidi grassi e altre aminocidopatie. Infine TreatEat ha preso in considerazione anche l’aberrazione nell’alimentazione, i comportamenti alimentari attuali: in un mondo che butta cibo, abbiamo persone che seguono una dieta selettiva per una scelta culturale, che può causare a volte danni gravissimi. Quindi il contesto entro cui si muove il progetto TreatEat è duplice, sia di prevenzione sia di intervento, e gli obiettivi erano da una lato aumentare la conoscenza sul tema alla comunità di giornalisti, studenti, operatori della sanità, genitori e insegnanti, dall’altro migliorare la qualità di vita di questi bambini.

Vi sono altri esempi di possibile effetti positivi dell’alimentazione su malattie?

Uno degli sviluppi più interessanti di questi ultimi anni è la dieta chetogena per la cura dell’epilessia. È stato scoperto che una dieta molto ricca di grassi, con conseguente produzione di acetone, era in grado di migliorare lo stato delle crisi  in pazienti con epilessia. Rispetto alle diverse cause di epilessia, la dieta chetogena rappresenta sicuramente un approccio a volte risolutivo per la cura delle forme più gravi farmacoresistenti. Oppure per forme specifiche: per esempio la sindrome di Dravet ha una buona risposta alla dieta chetogena. Quello che si è visto poi è che anche forme meno complesse potevano in qualche modo rispondere alla dieta chetogena e quindi oggi i neurologi, oltre ai farmaci, stanno prendendo in considerazione sempre di più anche questa possibilità.

Si sta quindi andando verso menu personalizzati, cercando di incontrare il gusto dei bambini?

Esatto. Un grande problema è avere ricette che siano anche buone. Nei bambini curati con queste dietoterapie così restrittive e limitate il pasto non è più un momento di gioia, con la famiglia o gli amici eccetera, ma diventa invece un momento di diversità: si sentono diversi dagli altri perché mangiano in un modo diverso. L’intervento importante, che combina psicologi e nutrizionisti, è migliorare la palabilità di queste diete speciali, perché utilizzano prodotti che purtroppo non hanno un buon sapore. È da ricordare anche che in questi malati c’è una sorta di rimozione del gusto, un meccanismo psicologico per cui alimentarsi diventa come assumere una medicina: si rifiuta il concetto di gusto, si preferisce vivere la propria diversità non avendo la curiosità per un alimento buono. Quindi la sfida è educare al gusto chi è costretto a un qualcosa di talmente diverso che lo rifiuta.

 

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