Gettare le basi nei primi 1000 giorni per una vita sana

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Ernesto Burgio
Ernesto Burgio

Prevenire le malattie croniche e porre le basi per una vita sana fin dal concepimento e nei primi 24 mesi di vita. I primi 1000 giorni sono stati al centro del X Congresso nazionale della Federazione italiana medici pediatri (FIMP). Sono diversi i fattori che possono influenzare questo periodo, e in particolare tre concetti, transizione epidemiologica, rivoluzione epigenetica e trasformazione nel ruolo del medico, cono stati sottolineati da Ernesto Burgio (FIMP Ambiente, ECERI-European cancer and Environment Research Institute-Bruxelles e ISDE-International Society of Doctors for Environment): «Con “transizione epidemiologica” intendiamo riferirci non soltanto all’aumento drammatico, ma anche l’anticipazione dell’età di esordio di moltissime malattie cronico-degenerative, infiammatorie, tumorali. Appare evidente che una simile, rapidissima trasformazione epidemiologica, che ha colpito negli ultimi decenni il Nord del mondo e che sta dilagando, adesso, anche nel Sud del pianeta, non può avere origini puramente genetiche: nel senso, quantomeno, che la sequenza-base del DNA non muta così rapidamente». Collegato il tema della rivoluzione epigenetica, in quanto il genoma rappresenta un programma potenziale e le informazioni provenienti dall’ambiente sono importanti nel “marcare” il software del DNA, l’epigenoma, modificandone l’espressione e anche, nell’embrione e nel feto, la programmazione. «In questo senso è possibile dire che ogni modifica del nostro fenotipo, tanto fisiologica che patologica, è indotta dall’ambiente, modulata dall’epigenoma, condizionata dal genoma: una vera rivoluzione scientifica, insomma, che ha spostato l’attenzione dei ricercatori dal DNA al suo software epigenetico» spiega ancora Burgio. Si arriva così al terzo punto, la trasformazione del ruolo del medico, del pediatra, ma anche del ginecologo, del neonatologo e del neuropsichiatra infantile. Conclude Burgio: «Se è vero, come sembra ormai accertato, che la transizione epidemiologica in atto è essenzialmente il portato di una esposizione sempre più collettiva e precoce (materno-fetale e gametica: transplacentare e addirittura transgenerazionale) ad agenti e sostanze epigenotossiche, mutagene, pro-cancerogene (contenute in particolare nel sangue cordonale e nella placenta) e di una vera e propria ‘s-programmazione epigenetica fetale’, conseguente ai tentativi del feto di rispondere in modo reattivo-adattativo alle informazioni provenienti dall’ambiente attraverso la madre (fetal programming), è evidente che soltanto la riduzione di questo carico chimico di inquinanti e di altri fattori in grado di disturbare lo sviluppo embrio-fetale potrà consentirci di fermare la transizione epidemiologica in atto».

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