Migliora il neurosviluppo dei neonati pretermine e agevola la relazione affettiva con i genitori. Non parliamo di una terapia, ma di un gesto semplice e amorevole: la lettura a voce alta, di una fiaba, un racconto, da parte del genitore, meglio se la mamma, al piccolo neonato, ricoverato in reparti di Terapia Intensiva Neonatale (TIN). Questa azione ha un enorme potere: sarebbe in grado di condizionare in maniera sensibile lo sviluppo neurocerebrale del piccolo, compreso il linguaggio.

Leggere a voce alta è quanto raccomanda la Società Italiana di Neonatologia (SIN), ricordando i risultati di uno studio della TIN dell’Ospedale Bufalini di Cesena e del Laboratorio di Psicodinamica dello Sviluppo dell’Università di Cesena-Bologna (“Parental Book-Reading to Preterm Born Infants in NICU: The Effects on Language Development in the First Two Years“), pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health.

I rischi della nascita pretermine

I nati pretermine sono esposti alla possibilità di uno sviluppo neurologico atipico che può riguardare aspetti motori e sensoriali come anche cognitivi, comportamentali e sociali, pur in assenza di lesioni cerebrali maggiori. Eventi potenziali che aumentano sensibilmente quanto più il neonato è prematuro. Il fenomeno è da attenzionare: il miglioramento dell’assistenza ostetrica e neonatologica, infatti, ha determinato un incremento dei tassi di sopravvivenza e una riduzione della morbilità severa alla dimissione dalle TIN, rendendo sempre più evidente la necessità di prevenire e mitigare possibili esiti a lungo termine, legati proprio alla prematurità.

Le percentuali di ritardo del linguaggio nei neonati pretermine con età gestazionale inferiore alle 32 settimane sono comprese tra il 24% e il 32%: un dato elevatissimo. Esistono inoltre periodi sensibili e critici dello sviluppo, sottolineano gli esperti della SIN, in cui l’assenza di un’adeguata stimolazione o l’esposizione a esperienze sensoriali inappropriate può alterare i processi maturativi, mentre il cervello in via di sviluppo necessità di input sensoriali specifici, “trasmessi” nel momento e nelle modalità opportune.

Tra queste rientra anche la voce della mamma: un “suono” che è dominante nel grembo materno e che dalla 28a settimana il feto è in grado di discriminare, ad esempio riconoscendo tra suoni di diversa intensità come le voci maschili rispetto alle femminili. L’apprendimento uditivo e le basi dello sviluppo del linguaggio iniziano nel terzo trimestre con verosimilmente l’identificazione della voce materna intorno alla 32a settimana. Questo canale privilegiato di apprendimento e relazione mamma-feto viene bruscamente interrotto dalla nascita pretermine.

L’importanza della lettura ad alta voce

Bastano pochi minuti di lettura ad alta voce, all’incirca dieci, per fare la differenza, sostanziale e strutturale per il piccolo. Lo dimostra lo studio italiano della TIN dell’Ospedale Bufalini di Cesena precedentemente citato, che ha reclutato 100 famiglie di neonati prematuri, tutti con peso inferiore a 1.500 grammi. Metà dei partecipanti, genitori di 55 bambini ricoverati in TIN, ha ricevuto in dotazione al momento del ricovero un libro illustrato colorato ed è stata incoraggiata a leggere al proprio piccolo a voce alta i contenuti, quanto più possibile, proseguendo questa attività anche dopo le dimissioni. I restanti 45 genitori, invece, erano rientrati a far parte del gruppo di controllo poiché il bimbo era stato ricoverato ben prima dell’avvio del programma di lettura. Il monitoraggio dello sviluppo linguistico è stato valutato nel tempo a 3, 6, 9, 12, 18 e 24 mesi, attraverso i quozienti di udito e linguaggio della Griffith Mental Development Scale.

È stato osservato che, indipendentemente dal gruppo, i punteggi medi di entrambi i parametri tendevano a diminuire tra i 9 e i 18 mesi; tuttavia, nei bimbi esposti alla lettura ad alta voce questo declino è risultato molto più contenuto rispetto ai controlli. Ciò significa che la prosodia vocale familiare funziona come una sorta di ancoraggio neurale: il cervello riconosce il timbro del genitore, la cadenza, le pause, anche quando il bambino, troppo piccolo, non è in grado di cogliere il senso delle parole. Sono sufficienti il pattern sonoro, la ripetizione, la costanza, perché il meccanismo si attivi. La lettura ad alta voce in buona sostanza fornisce lo stimolo giusto al momento giusto.

Alla base di questo fenomeno vi è una chiara spiegazione, che va ben oltre l’aspetto clinico: la condivisione della lettura di un libro, o di qualsiasi altra fonte di lettura, tra un adulto e un bambino anche in epoca neonatale, pretermine o a termine, non trasferisce semplicemente delle informazioni; nello scambio di parole o gesti è racchiusa una profonda dimensione affettiva che costruisce e definisce la relazione genitore-figlio. La lettura diviene pertanto un vero e proprio atto sociale, legato alla componente emozionale/sentimentale, rappresentando un valido supporto alla crescita e sviluppo della capacità di regolazione emotiva del neonato. Leggere ad alta voce contribuisce, inoltre, a promuovere una cultura relazionale che contrasta l’utilizzo eccessivo dei dispositivi digitali nei primi anni di vita.

Il moderno approccio

La ridotta esposizione prenatale al linguaggio umano, l’ambiente uditivo stressante delle TIN, la diminuzione del linguaggio diretto al neonato meno ricco di contenuti relazionali, dovuta sia all’inibizione emotiva dei genitori, sia alla rotazione degli operatori sanitari sono fra i principali fattori di rischio per (il mancato) sviluppo del linguaggio e della capacità di autoregolazione in questi bambini. La cura del neonato in collaborazione con la famiglia, tramite programmi di assistenza individualizzata, deve essere considerata un “gold standard” assistenziale imprescindibile nelle TIN e che deve essere articolata a vari livelli e con diverse strategie per promuovere il neurosviluppo, tra cui anche la lettura ad alta voce.

Inoltre, la presenza genitoriale più costante, favorita dall’apertura H24 dei reparti e da specifici programmi di accoglienza, quindi un maggiore incontro con le parole, sono promotori dell’incremento delle vocalizzazioni neonatali e del migliore sviluppo del linguaggio espressivo. Gli esperti spiegano, per concludere, che leggere ad alta voce attiva il cervello che nel prematuro è incompleto a causa di una nascita anticipata di diverse settimane che coincidono con la fase piena di sviluppo neurale, dove le connessioni sinaptiche si formano in risposta agli stimoli ambientali. E in questo contesto e stato di cose, sta la forza e l’importante azione esercitata dalla lettura ad alta voce. Dieci minuti, non dieci ore, ma che fanno la differenza.

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