Bassi livelli di interazione sociale durante l’adolescenza (poco tempo trascorso con gli amici “in presenza”, mancanza di nuovi legami e relazioni al di fuori del contesto famigliare) possono impattare sullo sviluppo del cervello sociale, comprensivo delle regioni deputate alla cognizione sociale e al processo decisionale, con conseguenze che possono protrarsi in età adulta. Sono le evidenze di uno studio americano (“Neural correlates of social withdrawal and preference for solitude in adolescence”), recentemente pubblicato su Cerebral Cortex.
Adolescenza, l’epoca delle relazioni sociali
Alimentare i contatti sociali in questa fase della vita, in cui si verificano profondi cambiamenti fisiologici, biologici e psicologici è di cruciale importanza. Il rapporto con l’altro non rappresenta solo un rituale di passaggio culturale, ma offre agli adolescenti l’opportunità di educare il cervello a gestire le emozioni, le relazioni e il rischio.
Una potenzialità che potrebbe subire un drastico calo: secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), infatti, le interazioni fra i ragazzi sono scese dal 53% nel 2006 al 36% del 2022. Pur considerando che il tempo dedicato alla solitudine fa parte della quotidianità e della normalità della vita, questo non deve eccedere, avvertono gli esperti.
A partire dalla pubertà, epoca che dà inizio all’adolescenza, il cervello costruisce nuove connessioni tali da favorire uno scambio di informazioni più rapido ed efficiente tra aree distanti del cervello, utili e necessarie allo sviluppo di nuove abilità, tra cui la regolazione delle emozioni e la valutazione dei rischi e dei premi. Alcuni di questi cambiamenti si sviluppano all’interno di una rete di regioni cerebrali, nel cosiddetto cervello sociale (collocato in aree specifiche come la corteccia prefrontale mediale, la corteccia cingolata anteriore e l’amigdala), che permette alla persona di comprendere e accettare anche la prospettiva degli altri, di interpretare le espressioni emotive di chi ci sta accanto e di cercare opportunità per creare nuovi legami.
Sebbene lo sviluppo del cervello sociale inizi nella pubertà, esso richiede una certa socializzazione per maturare completamente, dove nuove interazioni sociali sono la base per la strutturazione di sistemi neurali che supportano la comprensione e il comportamento sociale. Poiché questa “dimensione” è sempre più ridotta dalle abitudini di interazione digitale e virtuale acquisite dai giovani, la ricerca sta ora cercando di capire come ciò possa influire sullo sviluppo del cervello.
Al momento le conoscenze sulle conseguenze di una ridotta interazione sociale derivano da due tipologie di ricerche:
- studi comportamentali su adolescenti, che hanno permesso di rilevare che in generale l’isolamento sociale è associato a esiti negativi, come un aumento dell’ansia e una maggiore vulnerabilità alla dipendenza;
- studi sperimentali, di imaging cerebrale su animali adolescenti (per esempio i topi), in cui si è osservato che l’isolamento si associa a cambiamenti nella corteccia prefrontale, un’area coinvolta nella cognizione superiore e sociale.
Per aggiungere a questi dati nuove informazioni gli scienziati si stanno affidando a studi longitudinali tramite il monitoraggio a lungo termine di ampi gruppi di ragazzi.
I risultati degli studi longitudinali
L’Adolescent Brain Cognitive Development (ABCD) è il più grande studio a lungo termine sullo sviluppo cerebrale degli adolescenti statunitensi. Avviato nel 2016, ha seguito lo sviluppo di quasi 12mila adolescenti, monitorando sia i dati biologici, come le scansioni cerebrali, sia le informazioni comportamentali, come i modelli di socializzazione o il tempo trascorso davanti allo schermo.
Nello specifico del lavoro pubblicato su Cerebral Cortex sono stati analizzati i dati strutturali e funzionali della risonanza magnetica di quasi 3mila preadolescenti di età compresa tra gli 11 e i 12 anni, un’età in cui l’interazione sociale al di fuori della famiglia diventa più importante rispetto all’infanzia. Dallo studio è emerso che la struttura cerebrale e la forza dei circuiti cerebrali negli adolescenti che preferiscono la solitudine o che sono socialmente introversi differiscono da quelli che socializzano di più.
Ad esempio i giovani più grandi i cui genitori avevano problemi di salute mentale preferivano più frequentemente la solitudine e/o erano socialmente isolati (β = 0,04 a 0,14, CI = [0,002, 0,19], P < 0,05), fattori associati a comportamenti internalizzanti ed esternalizzanti, depressione e ansia (β = 0,25 a 0,45, CI = [0,20, 0,49], P < 0,05). Inoltre i giovani che preferivano la solitudine e/o erano socialmente ritirati avevano uno spessore corticale inferiore nelle regioni coinvolte nella funzione sociale (cuneo, insula, cingolato anteriore e giri temporali superiori) e/o problemi di salute mentale (β = −0,09 a −0,02, CI = [−0,14, −0,003], P < 0,05) e un volume maggiore dell’amigdala, della corteccia entorinale, del giro paraippocampale e dei gangli della base (β = 2,62 a 668,10, CI = [0,13, 668,10], P < 0,05). I giovani che spesso preferivano la solitudine presentavano reti attenzionali dorsali, temporoparietali e sociali più segregate topologicamente (β = da 0,07 a 0,10, CI = [0,02, 0,14], P ≤ 0,03) e sempre coloro socialmente ritirati presentavano un cervelletto meno robusto ed efficiente topologicamente (β = da −0,05 a −0,80, CI = [−1,34, −0,01], P < 0,03) e più fragile (β = 0,04, CI = [0,01, 0,07], P < 0,05).
Questi risultati suggeriscono che l’isolamento sociale nell’adolescenza può essere un fattore di rischio per alterazioni diffuse nelle regioni cerebrali che supportano la funzione sociale e la salute mentale. Contro le previsioni, i dati hanno evidenziato che l’isolamento può influenzare una gamma molto vasta di reti cerebrali e la maggiore preoccupazione riguarda le possibili ripercussioni che questi cambiamenti possono avere su un cervello in fase di sviluppo.
Gli interventi possibili
È tuttavia possibili sfruttare la maggiore neuroplasticità tipica dell’adolescenza: strategie mirate, come offrire ai bambini e adolescenti maggiori opportunità di socializzazione o, in alcuni casi, promuovere l’intervento di un terapeuta, possono aiutare a compensare gli effetti negativi che un isolamento eccessivo può avere sul cervello in fase di sviluppo.
Occorre tuttavia imparare a riconoscere la differenza tra la normale preferenza per la solitudine e un isolamento eccessivo, che può esitare in patologia. Tale valutazione deve tenere contro delle individualità della persona, ad esempio il diverso bisogno di socializzazione. Vero è, infatti, che alcuni ragazzi preferiscono un gruppo ampio e diversificato in cui stare e alcuni un nucleo più ridotto. Pertanto, il successo nel controvertire gli impatti negativi dipende dalla natura dell’isolamento sociale, dalla storia dello sviluppo dell’individuo e dal contesto di vita attuale. Sebbene in ogni caso, in generale, un maggiore coinvolgimento nelle interazioni sociali, la creazione di relazioni significative e il sostegno genuino da parte degli altri possono aiutare a mitigare gli impatti negativi dell’isolamento sociale.
I prossimi passi
La ricerca punta ora a valutare se le relazioni e le frequentazioni online e virtuali, così spiccata fra gli adolescenti e le nuove generazioni, possano portare gli stessi benefici delle relazioni di persona. In caso di esiti positivi sarà necessario definire quali tipi di interazioni virtuali possano essere di maggiore beneficio rispetto ad altre, al fine di educare i giovani al migliore utilizzo delle interazioni virtuali stesse.
Fonte
- Risner M, Stamoulis C. Neural correlates of social withdrawal and preference for solitude in adolescence. Cerebral Cortex, Volume 35, Issue 10, 2025, bhaf260. Doi: https://doi.org/10.1093/cercor/bhaf260


