Emerge anche nei piccoli la “bontà” di alcuni bifidobatteri, sentinelle selettive capaci di contrastare, o comunque diminuire, il rischio di sviluppare allergie a partire dall’infanzia e più avanti negli anni. Sono le indicazioni a cui è giunto lo studio ALADDIN (“Early-life colonization by aromatic-lactate-producing bifidobacteria lowers the risk of allergic sensitization”) del Karolinska Institutet, condotto in collaborazione con l’Università Tecnica della Danimarca e diversi gruppi di ricerca internazionali e pubblicato su Nature Microbiology, che sottolinea il ruolo dei batteri nell’irrobustire le difese del sistema immunitario nei molto piccoli.
I microbi non sono da demonizzare
È spesso preoccupazione dei genitori tenere lontano i piccoli da fonti potenzialmente fautrici di microbi e batteri. Corretto, ma fino a un cero punto. Recenti ricerche infatti suggeriscono che l’esposizione microbica precoce può influenzare positivamente lo sviluppo immunitario, lo scudo naturale dell’organismo contro gli attacchi di agenti esterni, quindi barriera contro l’insorgenza di patologie più tipiche dell’infanzia.
Fra queste anche le allergie alimentari, verso cui i bimbi non hanno ancora maturato i giusti anticorpi o hanno naturale propensione allo sviluppo. La sensibilizzazione agli allergeni alimentari, espressa dalla presenza di immunoglobuline E (IgE) specifiche per l’allergene alimentare, è un’indicazione chiara e precoce di una ridotta tolleranza immunitaria. È altresì noto che la flora intestinale dei bambini si sviluppa rapidamente durante i primi mesi di vita. Sulla base di questi assiomi i ricercatori svedesi hanno avviato uno studio per arrivare a fondo di questa liaison e capire come si sviluppa il processo.
Lo studio nel dettaglio
Lo studio ALADDIN ha coinvolto all’incirca 150 bambini, che sono stati monitorati dalla nascita ai cinque anni, con l’obiettivo di studiare le dinamiche e comprendere se batteri precoci siano collegati agli anticorpi allergici (IgE) nel sangue. Pertanto sono stati raccolti una serie di campioni fecali, sia dei bambini sia delle rispettive mamme, poi analizzati tramite una tecnologia avanzata del DNA, che ha permesso di misurare in contemporanea diversi acidi lattici prodotti dai batteri.
I risultati sono stati chiari: i bambini che presentavano alti livelli di bifidobatteri produttori di acidi lattici aromatici in tenera età sviluppavano meno anticorpi allergici. L’attenzione si è incentrata in particolare sulla trasmissione precoce di ceppi di bifidobatteri aromatici produttori di lattato in quanto facilitata da alcuni fattori: il parto vaginale, l’esposizione a fratelli maggiori e l’allattamento esclusivo al seno per i primi 2 mesi. Condizioni, tutte, che favoriscono un aumento dei livelli di lattati aromatici nell’intestino del neonato, vale a dire l’insediamento dei bifidobatteri protettivi Questa firma microbiota-metabolita è risultata inversamente associata allo sviluppo di IgE specifiche per l’allergene alimentare fino ai 5 anni e di dermatite atopica a 2 anni.
I bifidobatteri più rilevanti
Fra i vari ceppi esaminati, di significativo interesse è l’acido lattico 4-idrossifenil lattato (4-OH-PLA). Alti livelli si associavano, infatti, come anticipato, a un rischio inferiore di eczema/dermatite atopica a due anni di età: un dato che sostiene la liaison che una flora intestinale adeguata in età precoce può ridurre (anche) il rischio di allergie.
Lo studio dimostra che l’acido lattico 4-OH-PLA può diminuire la produzione di IgE nelle cellule immunitarie di circa il 60%, e di conseguenza il rischio allergico. Ed ecco emergere il link di connessione fra i due fattori: i batteri non solo sono “presenti”, ma sono in grado di condizionare in maniera proattiva il sistema immunitario. Pertanto gli autori ipotizzano che trovare sinergie e strategie per favorire la proliferazione di questi batteri nei neonati, ad esempio attraverso la dieta, l’allattamento al seno (risultato già favorente come detto) o altri metodi, potrebbe profilarsi come un nuovo strumento di prevenzione.
In conclusione
Lo studio sostiene che la sensibilizzazione agli allergeni alimentari possa passare dalla presenza di immunoglobuline E (IgE) specifiche per l’allergene alimentare e che alcuni ceppi possano mediare l’effetto allergizzante. Tra questi il 4-idrossifenillattato capace di inibire la produzione di IgE, ma non di IgG, in colture di cellule immunitarie umane ex vivo. Nel complesso, i risultati definiscono un asse microbiota-metabolita-immunità precoce che collega la trasmissione microbica e le pratiche alimentari con una ridotta sensibilizzazione allergica.
Fonte
- Myers PN, Delhi RK, Mie A et al. Early-life colonization by aromatic-lactate-producing bifidobacteria lowers the risk of allergic sensitization. Nature Microbiology, 2026, 11, pages 429–441. DOI: https://www.nature.com/articles/s41564-025-02244-9


