Da un recente studio (“Feasibility and safety of cellular therapy for in-utero repair of myelomeningocele (CuRe Trial): a first-in-human, phase 1, single-arm study“) pubblicato su The Lancet, risultati positivi per il possibile utilizzo di una terapia con cellule staminali attuabile già in utero per contenere le implicazioni della mielomeningocele, la forma più grave di spina bifida.
La spina bifida
La spina bifida resta per la medicina ancora una sfida, per le sue implicazioni sullo sviluppo del feto e per la mancanza di trattamenti completamente efficaci e performanti. Malformazione congenita dovuta a un difetto nello sviluppo della colonna vertebrale e del midollo spinale durante la vita embrionale, la spina bifida causa un’incompleta chiusura della colonna vertebrale, con importanti implicazioni: deficit neurologici (motori e della sensibilità degli arti inferiori, incontinenza degli sfinteri), alterazioni scheletriche (scoliosi, deformità delle anche/caviglie, piede equino), disturbi metabolici come l’obesità. Manifestazioni variabili a seconda delle caratteristiche della spina bifida e impatto in termine di disabilità legato alla tipologia dell’alterazione e alla severità.
La spina bifida, nella sua totalità, comprende una serie di difetti che vengono così differenziati:
- la spina bifida aperta, a cui appartiene il mielomeningocele (MMC), la forma più grave di malattia, possibile in 1 gravidanza su 1000 e che, in alcuni casi, può influire sullo sviluppo dell’intero sistema nervoso centrale;
- la spina bifida chiusa, associata a forme meno gravi;
- la spina bifida occulta, la più lieve, caratterizzata da un difetto del midollo spinale che può causare la tethered cord syndrome, o sindrome da ancoraggio midollare, in cui l’estremità inferiore del midollo, non termina in fisiologicamente in modo libero, ma si fissa al tessuto della colonna vertebrale. Questo significa che l’estremità subisce un allungamento con la crescita della colonna vertebrale, ma anche durante i movimenti e in particolare i piegamenti della schiena.
Le cellule staminali
Grandi attese si legano a una possibile terapia con cellule staminali per l’MMC a seguito dei risultati di MOMS (Management of Myelomeningocele Study), studio sperimentale di fase 1, che ha combinato la chirurgia fetale standard con l’applicazione di cellule staminali mesenchimali derivate dalla placenta direttamente sul midollo spinale esposto del feto. L’approccio è stato tentato dopo che cellule staminali mesenchimali derivate dalla placenta (PMSC) vive, seminate su matrice extracellulare, si sono dimostrate promettenti nel ripristino della funzione neurologica nel modello ovino fetale di mielomeningocele, con l’auspicio che gli stessi risultati possano essere osservati nell’uomo. Si tratta di una terapia molto innovativa, rivoluzionaria: per la prima volta cellule staminali vive vengono infatti utilizzate su una colonna vertebrale fetale danneggiata.
Gli esiti sembrano positivi, confermando le attese: nel trial, sei donne in gravidanza con feti diagnosticati con spina bifida sono state sottoposte alla chirurgia fetale standard con l’applicazione, già in sede di intervento, di cellule staminali mesenchimali PMSC direttamente sul midollo spinale esposto. Le cellule staminali sono infatti note per la capacità di ridurre l’infiammazione, favorire la guarigione e proteggere il tessuto nervoso. Nello specifico sono state ammesse nello studio donne con età gestazionale compresa tra 19 e 26 settimane, limite superiore del difetto del mielomeningocele tra T1 e S1, ernia del rombencefalo evidenziata tramite risonanza magnetica e cariotipo normale. La riparazione in utero del mielomeningocele è stata condotta con una singola dose di PMSC umane allogeniche applicate localmente e seminate su una matrice extracellulare. Gli endpoint primari di sicurezza includevano la valutazione del sito di riparazione del mielomeningocele per guarigione, perdita di liquido cerebrospinale, infezione e crescita anomala imprevista o formazione di tumore.
I risultati
Tutti e sei i bambini, nati tra luglio 2021 e dicembre 2022, hanno presentato una riparazione spinale integra e non hanno mostrato nessuna delle implicazioni temute/associate (segni di infezione, crescita anomala dei tessuti o formazione tumorale). La risonanza magnetica eseguita dopo la nascita ha mostrato la regressione dell’erniazione del rombencefalo, un’anomalia cerebrale associata alla spina bifida, in tutti i casi. Durante lo studio e nel follow-up successivo non sono stati registrati eventi avversi gravi attribuibili al trattamento con cellule staminali.
I bambini saranno monitorati con controlli e valutazioni periodiche fino all’età di sei anni, per verificare nel lungo termine la sicurezza della terapia e il suo impatto su mobilità, salute e qualità della vita. Sono già in corso ulteriori studi clinici su scala più ampia e con follow-up prolungati per perfezionare le tecniche chirurgiche e i protocolli terapeutici, con l’obiettivo di confermare benefici alla nascita, miglioramenti della mobilità e una migliore qualità di vita.
Questi risultati preliminari, secondo gli autori, rappresentano una tappa fondamentale nel campo dei trattamenti con cellule staminali in utero per i difetti congeniti, dando il via a future applicazioni durante la chirurgia fetale per altre condizioni congenite.
Fonte:
- Farmer DL, Kumar P, Reynolds E et al. Feasibility and safety of cellular therapy for in-utero repair of myelomeningocele (CuRe Trial): a first-in-human, phase 1, single-arm study. The lancet, 2026, Vol. 407, Issue 10531, p867-875.


