La cefalea in età evolutiva, come illustrato da Antonino Gulino, pediatra di libera scelta a Misterbianco (CT), è una problematica tutt’altro che marginale, con numeri che ne confermano la rilevanza (almeno un episodio è riportato nel 57-82% dei ragazzi entro i primi 15 anni di vita e almeno una volta l’anno nel 25% dei bambini in età scolare e adolescenziale).
Da qui l’importanza di non sottovalutarne l’impatto e la necessità di una valutazione non circoscritta alla sola valutazione del sintomo: in questa fascia d’età, infatti, le peculiarità fisiopatologiche legate a una maturazione ancora incompleta comportano una soglia di localizzazione più bassa, una durata degli attacchi generalmente più breve, una forte componente autonomica e un ruolo della maturazione sessuale nella classificazione del disturbo.
Il primo step dell’approccio clinico del pediatra, a cui si presenta il 60% dei casi di cefalea, consiste nella differenziazione tra forme primarie e secondarie, senza però dimenticare che anche quando non emerge una causa organica il disturbo non deve essere sottovalutato. Il bambino che giunge in ambulatorio con mal di testa, infatti, porta con sé una storia che va esplorata: dietro il dolore possono esserci ansia, stress, difficoltà familiari o scolastiche. La cefalea può diventare così un vero e proprio linguaggio del corpo, soprattutto quando il bambino non possiede ancora gli strumenti per esprimere adeguatamente il proprio disagio emotivo.
Quando il dolore diventa un linguaggio
La cefalea può rappresentare un dolore reale, neurobiologicamente concreto, ma anche inserirsi in un contesto psicologico e sociale complesso. In alcuni casi può assumere una funzione adattativa o di evitamento di situazioni difficili, come una verifica scolastica o una problematica relazionale, senza per questo essere considerata una «scusa».
Il modello bio-psico-sociale aiuta a leggere questa complessità: la malattia nasce dall’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali, e il pediatra rappresenta il primo professionista chiamato a intercettarla.
A complicare il quadro può contribuire quello che viene definito “analfabetismo emotivo”, cioè la difficoltà del bambino a riconoscere e comunicare il proprio disagio, insieme al possibile rinforzo familiare. Il mal di testa può inoltre avere un impatto significativo sulla vita quotidiana, con giorni di scuola persi, peggioramento delle performance scolastiche, rinuncia all’attività sportiva, isolamento e compromissione della qualità di vita del bambino e della famiglia.
Anamnesi, diario della cefalea e attenzione ai trigger
Di fronte a un bambino con cefalea, il percorso diagnostico parte da un’anamnesi accurata, che indaghi localizzazione, qualità e intensità del dolore, associata all’esame obiettivo. Un ruolo centrale è affidato al diario della cefalea, utile non solo per orientare la diagnosi, ma anche per il percorso terapeutico, perché favorisce nel bambino una maggiore autoconsapevolezza.
La valutazione deve inoltre consentire di distinguere una forma episodica da una cronica e di individuare eventuali fattori di rischio o comorbilità psichiatriche, come ansia e depressione. L’obiettivo è anche evitare il ricorso indiscriminato alla diagnostica strumentale: nella maggior parte dei casi non è necessaria e deve essere riservata alle situazioni in cui siano presenti specifici red flag, così come l’invio al neuropediatra deve essere orientato dalla valutazione clinica.
Tra i trigger più comuni rientrano lo stile di vita e gli ambienti familiare e scolastico, ma un’attenzione crescente va riservata all’esposizione digitale, in un contesto epidemiologico definito «sconfortante» e caratterizzato da una vera e propria “epidemia dello schermo”, a cui Gulino ha dedicato un particolare approfondimento.
L’epidemia dello schermo e la necessità di un’igiene digitale
L’uso prolungato degli schermi (in Italia il 73% dei ragazzi tra 11 e 13 anni usa i social per oltre 3 ore al giorno) può contribuire alla comparsa o all’amplificazione della cefalea attraverso vari meccanismi:
- la luce blu può interferire con il sistema circadiano, influenzando la produzione di melatonina e la qualità del sonno. Un dato richiamato nella relazione riguarda i bambini di 6-12 anni: l’utilizzo del tablet prima di andare a dormire può ritardare l’addormentamento di 46 minuti. La riduzione delle ore di sonno può a sua volta incidere sulla comparsa della cefalea;
- la postura scorretta mantenuta davanti allo smartphone (flessione del collo, che aumenta il carico cervicale), responsabile di ipertono dei muscoli sub-occipitali e indebolimento di quelli paravertebrali;
- l’affaticamento visivo legato alla riduzione del battito palpebrale (la cosiddetta computer vision syndrome): dopo 2 ore di esposizione cumulativa allo schermo tendono a comparire mal di testa frontale-orbitario (58%), offuscamento visivo (46%), diplopia intermittente (32%) e dolore oculare (28%);
- anche i social media possono contribuire all’amplificazione della cefalea: FOMO (fear of missing out, che si traduce in uno stato cronico di allerta/vigilanza), cyberbullismo, che in Europa è subìto da un adolescente su quattro e stress cronico da vittimizzazione digitale sono gli elementi che rendono i social media potenti modulatori neuropsicologici del dolore. A questi fattori si aggiungono poi ansia, confronto sociale, riduzione dell’autostima, ruminazione, interruzione continua dell’attenzione e meccanismi di dipendenza.
L’approccio deve quindi essere integrato: diagnosi e classificazione, psicoeducazione della famiglia, attenzione allo stile di vita e all’igiene digitale, terapia acuta appropriata e, quando necessario, profilassi e interventi non farmacologici. Tra questi rientrano tecniche di rilassamento, psicoterapia strutturata, regolarizzazione dello stile di vita, fisioterapia e interventi cognitivo-comportamentali.
In conclusione, la cefalea primaria resta una condizione neurobiologicamente reale, ma social media e schermi rappresentano trigger modificabili sui quali il pediatra può intervenire, sfruttando la continuità della relazione con il bambino e con la famiglia.


