Dal COVID-19 la chiave per chiarire la causa della malattia di Kawasaki?

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L’esperienza cinese e i dati dell’epidemia da COVID-19 in Italia hanno evidenziato che i bambini sono meno colpiti e hanno un rischio più basso di sviluppare le gravi complicanze legate all’infezione, prima fra tutte la polmonite interstiziale.

Nelle ultime settimane è stato, tuttavia, segnalato, in particolar modo nelle zone del paese più colpite dall’epidemia da SARS-COV-2, un aumento della frequenza di bambini affetti da malattia di Kawasaki. Il prof. Angelo Ravelli, professore ordinario e direttore della Clinica Pediatrica e Reumatologia dell’Istituto Giannina Gaslini, riferisce come presso l’Istituto Gaslini siano stati osservati 5 casi nelle ultime 3-4 settimane, a fronte di un’incidenza abituale della malattia di 7-8 casi all’anno.

La malattia di Kawasaki

Descritta per la prima volta nel 1967, la malattia di Kawasaki è una vasculite sistemica che si osserva soltanto nell’età pediatrica e colpisce soprattutto i bambini più piccoli, spesso i lattanti. Si manifesta con febbre elevata, rash cutaneo morbilliforme, ingrandimento dei linfonodi angolo-mandibolari, congiuntivite, fissurazione delle labbra ed edema delle mani e dei piedi. La sua complicanza principale è rappresentata dallo sviluppo di aneurismi coronarici che, quando persistenti e di grandi dimensioni, possono esporre i soggetti affetti all’insorgenza di infarto del miocardio nell’età giovane adulta. La terapia si basa sulla somministrazione di immunoglobuline endovena a dosaggio elevato. E’ stato dimostrato che l’esecuzione di questo trattamento entro i primi 10 giorni di malattia riduce la frequenza di aneurismi coronarici dal 25% nei casi non trattati al 4-6%.

In alcuni centri pediatrici italiani è stato recentemente notato che, in una percentuale non trascurabile di casi, la malattia si è presentata con un quadro clinico non tipico e ha manifestato resistenza al trattamento con immunoglobuline endovena e tendenza all’evoluzione verso una sindrome da attivazione macrofagica o una sindrome dello shock tossico, che hanno richiesto trattamenti aggressivi e, non raramente, il ricovero in terapia intensiva. Questa complicanza ha caratteristiche analoghe alla cosiddetta sindrome da tempesta citochinica osservata in molti pazienti con polmonite da COVID-19.

Il legame col COVID-19

Una quota di questi bambini con malattia di Kawasaki ha presentato un tampone positivo per il virus SARS-COV-2 o ha avuto contatti con pazienti affetti. Alcuni sono risultati positivi alla sierologia per il Coronavirus, nonostante i tamponi fossero negativi.

Non è chiaro se il virus SARS-COV-2 sia direttamente coinvolto nello sviluppo di questi casi di malattia di Kawasaki o se le forme che si stanno osservando rappresentino una patologia sistemica con caratteristiche simili a quelle della malattia di Kawasaki, ma secondaria all’infezione. Ciò nonostante, l’elevata incidenza di queste forme in zone ad alta endemia di infezione da SARS-COV-2 e l’associazione con la positività dei tamponi o della sierologia, suggerisce che l’associazione non sia casuale. Queste osservazioni potrebbero, quindi, indicare che il Coronavirus sia implicato nell’innesco della malattia di Kawasaki e avvalorare, conseguentemente, l’ipotesi, costantemente adombrata nei 50 anni successivi alla sua prima descrizione, ancorché mai dimostrata, che questa malattia sia causata da un agente infettivo.

In considerazione della peculiarità e dell’importanza del fenomeno, il Gruppo di Studio di Reumatologia della Società Italiana di Pediatria, di cui il prof. Ravelli è segretario, ha deciso di allertare la comunità pediatrica italiana sulla possibile insorgenza di una malattia di Kawasaki in bambini affetti da COVID-19 e di promuovere una raccolta dati di questi casi con l’obiettivo di caratterizzarne le manifestazioni cliniche, le terapie eseguite e l’evoluzione e indagare il possibile ruolo causale del virus SARS-COV-2.

 

4 COMMENTI

  1. Attenzione. Occorre essere molto cauti a diffondere simili notizie in un momento come questo producendo equivoci e allarmismi ingiustificati in un pubblico travolto da un diluvio informativo chiamato giustamente “infoedemia”
    Piero Bini, pediatra, Torino

    • L’allerta è stato diffuso con le dovute cautele, sottolineando che l’obiettivo era informare senza allarmare. D’altra parte, il fenomeno è stato osservato in tutti i paesi occidentali colpiti dalla pandemia da COVID-19 ed era, quindi, corretto che l’informazione venisse trasmessa con tempestività alla comunità pediatrica italiana. Crediamo si debba anche considerare come una diagnosi corretta e precoce di queste forme simil-Kawasaki e l’effettuazione di una terapia appropriata nei tempi canonici siano fondamentali per assicurare la guarigione senza complicanze dei bambini colpiti.
      cordiali saluti
      La redazione de ‘Il Pediatra’

  2. Non ho nessun dato di miei pazienti con Kavasaki e positività al covid 19. La frequenza tripla rapportata ad un anno di K. non correla facilmente con uno scatenamento diretto. Occorrerebbe confrontare i dati con altre epidemie virali altrettanto impegnative da un punto di vista del contagio con contemporanea presenza di malattia di K .Penso invece che il Sars Cov2 funzioni da trigger in soggetti con predisposizione. (Ipotesi patogenetica datata ma ancora verosimile )

    • Le questioni poste sono tutte importanti e le ipotesi formulate plausibili. Per poter fornire risposte corrette e razionali dovremo, tuttavia, aspettare i risultati dell’analisi dei dati dei pazienti osservati, idealmente su numeri più consistenti di quelli delle casistiche finora riportate.
      cordiali saluti
      La redazione de ‘Il Pediatra’

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