Oggi l’Italia è tra i Paesi più longevi (speranza di vita alla nascita: oltre 83 anni), ma
ai tempi dell’istituzione del nostro Paese (1861) era tra le nazioni con la minore
speranza di vita in Europa: soli 29,8 anni. Come sottolinea l’ISTAT (La Salute da
difendere, 7 aprile 2026), contribuiva fortemente a questo primato negativo
l’elevata mortalità infantile (230 per mille nati vivi entro il primo anno di vita
nel 1863).
All’origine di tale fenomeno vi erano malnutrizione, cattive condizioni igienicosanitarie, scarsa disponibilità di acqua potabile, analfabetismo diffuso, che rendevano difficile adottare anche le più elementari norme igieniche, situazioni che si stanno purtroppo ripresentando oggi in aree di guerra. Dall’ultimo quarto del XIX secolo, il calo della mortalità infantile è stato progressivo. Oggi la mortalità infantile in Italia risulta essere del 2,7 per mille, uno dei valori più bassi in assoluto a livello mondiale.
Sebbene le mutate condizioni socio-economiche abbiano sicuramente favorito questo
traguardo, dobbiamo essere sempre estremamente orgogliosi di quanto la Pediatria italiana abbia fortemente contribuito a questi positivi risultati, per l’eccellente qualità dell’attività professionale svolta sia a livello universitario e ospedaliero sia a livello delle cure primarie.
G. Roberto Burgio, infatti, collocava, vicino ai genitori, i Pediatri come i principali tutori
della salvaguardia della salute dei minori, che non si limita solo alla cura della malattia, ma
dipende anche da un’infaticabile opera di prevenzione e di educazione a corretti stili di vita da utilizzare poi in prospettiva da adulti.
È compito della Pediatria, inoltre, la promozione di strategie di protezione di infanzia e adolescenza nell’ambito della società. In questo senso, un’opera vantaggiosamente utile può essere anche quella di contrastare la diffusione di false informazioni. Chiari esempi sono presenti nel Dossier del numero di giugno de Il Pediatra, sulle diarree acute e croniche, dove si sottolinea che autoprescrizioni non adeguate o l’inizio di diete di esclusione in seguito a notizie apprese sui social network, senza però avere completato
accertamenti evidenced based, possono avere ripercussioni sul benessere psico-fisico del
bambino.
La problematica risulta particolarmente importante perché a volte informazioni
non corrette possono venire amplificate da personaggi provvisti di autorità e influenza sulle popolazioni. Un recente articolo (1) rimarca come affermazioni scorrette da parte di influenti uomini politici possano determinare una diffusa preoccupazione nell’opinione pubblica e travisare prove scientifiche, oltre a favorire il rischio di scoraggiare pratiche sanitarie sicure per quanto riguarda la prevenzione di “vecchie” patologie infettive che stanno riemergendo o di perpetuare stigma verso l’autismo e la salute materna.
I veri Pediatri e gli operatori sanitari di area pediatrica, quindi, devono continuare a garantire che i genitori ricevano informazioni accurate basate su prove scientifiche, sia in ambulatorio o in ospedale sia attraverso i media. Tali informazioni devono poi essere fruibili anche dai minori in base al loro livello di crescita neuro-intellettiva e di coinvolgimento nei percorsi di promozione della salute. L’obiettivo non è solo quello di contrastare false affermazioni, ma anche di costruire una popolazione capace di valutare criticamente le informazioni sanitarie e di mantenere la fiducia nelle cure basate su prove scientificamente validate.
(1) Shah R, Hargreaves D. Autism, paracetamol and folic acid: the perils of health misinformation. Arch Dis Child. 2026; doi: 10.1136/archdischild-2025-329891


