La Confederazione Italiana Pediatri (CIPe) e il Sindacato Italiano Nazionale Specialisti Pediatri (SINSPe) esprimono, attraverso una nota diffusa alla stampa, la loro profonda perplessità rispetto alla riforma della Medicina Generale, da loro definita “riforma stralcio”, recentemente siglata in SISAC (Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati), che regolamenta l’impiego dei Medici di Medicina Generale nelle Case di Comunità.
Secondo le due organizzazioni, l’attuale configurazione delle Case di Comunità presenta criticità rilevanti in termini di accessibilità. Si tratta spesso di strutture non collocate nei piccoli centri, con il rischio concreto che centinaia di migliaia di cittadini siano costretti a percorrere lunghe distanze per accedervi oppure a rinunciare alla presenza del proprio medico per almeno sei ore settimanali. A ciò si aggiunge l’assenza già prevista nei due giorni del fine settimana, coperti dalla Continuità Assistenziale.
CIPe e SINSPe riconoscono il potenziale ruolo delle Case di Comunità come supporto organizzativo e clinico, sottolineando come possano rappresentare un valido strumento sia per sostenere l’attività quotidiana dei Medici di Medicina Generale e dei Pediatri di Libera Scelta, sia per contribuire a ridurre la pressione sui Pronto Soccorso, oggi in condizioni di cronica congestione. Tuttavia, evidenziano che una riforma realmente efficace della medicina territoriale dovrebbe partire da priorità diverse.
In particolare, viene indicata come centrale la necessità di mettere il Medico di Medicina Generale e il Pediatra di Libera Scelta nelle condizioni di effettuare una diagnostica di primo livello direttamente in ambulatorio, attraverso un adeguato potenziamento delle risorse: personale infermieristico e supporto di segreteria a tempo pieno. Contestualmente, le organizzazioni richiamano l’urgenza di una significativa riduzione del carico burocratico, che oggi sottrae tempo prezioso all’attività clinica e alla presa in carico dei pazienti.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’ipotesi di estendere ai Pediatri di Libera Scelta il cosiddetto “debito orario”. Su questo punto, la posizione è netta: CIPe e SINSPe esprimono una forte contrarietà, ritenendo che tale misura rischierebbe di allontanare i pediatri dagli ambulatori e dalle famiglie assistite, alterando la natura stessa della professione, storicamente fondata su un modello convenzionato e autonomo, e avvicinandola a logiche tipiche del lavoro dipendente all’interno delle Case di Comunità.
Nel dibattito attuale, la figura del Pediatra di Famiglia è considerata un unicum nel panorama internazionale. Secondo CIPe e SINSPe, questo modello ha dimostrato nel tempo la propria efficacia grazie alla continuità del rapporto con il bambino e la famiglia, all’autonomia professionale e alla capillare presenza sul territorio.
Alla luce di tutte queste considerazioni, le due associazioni ribadiscono il proprio rifiuto a qualsiasi Accordo Collettivo Nazionale che introduca un obbligo di attività nelle Case di Comunità per i Pediatri di Libera Scelta in assenza di una riforma organica della pediatria territoriale. La riforma, concludono, deve fondarsi sul rafforzamento degli ambulatori, sulla prossimità delle cure e sulla qualità dell’assistenza.


