I bambini molto piccoli sono “sensibili” alla tecnologia? Decisamente no, almeno quando si tratta di “sguardi”, di comunicare sentimenti, emozioni, stati d’animo. I piccoli seguono, interpretano, leggono dentro gli occhi di persone, adulte, umane, ma restano indifferenti all’interazione con quelli di robot umanoidi.

È quanto emerge da uno studio (“Preschoolers attribute preferences in response to human but not robot gaze“) condotto dal Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica, campus di Milano e del CERITOM (Centro di Ricerca sulla Teoria della Mente e le competenze sociali nel ciclo di vita) in collaborazione con studiosi di Tokyo e Osaka, e con l’Università Cattolica di Milano, pubblicato sull’International Journal of Child-Computer Interaction.

Il “talento”

I bambini sono acuti osservatori e colgono tutte le sfumature, meno visibili e percepibili, ad esempio quelle trasmesse con gli occhi. I bambini piccoli, di età fra 3 e 5 anni, usano lo sguardo per “leggere” desideri e intenzioni dell’altro, ma non attribuiscono a quello del robot la stessa capacità di esprimere un significato.

I progressi tecnologici portano i bambini a interagire e interfacciarsi sempre più spesso con robot progettati per imitare comportamenti simili all’umano a scopo comunicativo, dove lo sguardo riveste un ruolo particolarmente cruciale fin dalla prima infanzia.

Quanto questa relazione di sguardi uomo-umanoide sia differente e differenziante è stato il tema al centro di questo studio che, ancora su piccoli numeri, ha convolto 58 bambini italiani di età compresa tra i 3 e i 5 anni invitati a guardare un video in cui un essere umano e un robot fissavano ciascuno uno di due oggetti. Successivamente, è stato chiesto loro quale oggetto fosse preferito dall’osservatore (attribuzione di preferenza) e di indicare la propria preferenza (formazione di preferenza). L’attribuzione della preferenza per l’oggetto è stata valutata anche in funzione della Teoria della Mente dei bambini, secondo la cosiddetta falsa credenza, e delle attribuzioni di stati mentali agli agenti umani e robotici.

I risultati hanno mostrato che i bambini attribuivano costantemente preferenze in base allo sguardo umano, ma non a quello del robot, suggerendo che interpretano il primo come un segnale comunicativo significativo, probabilmente associato all’intenzionalità. Lo sguardo non ha avuto un effetto significativo sulle preferenze dei bambini per nessuno dei due agenti. Quindi, l’attribuzione di stati mentali all’essere umano, ma non al robot, ha predetto in modo significativo l’attribuzione accurata delle preferenze, mentre non sono state trovate associazioni tra le prestazioni nel compito di falsa credenza e le risposte basate sullo sguardo, suggerendo che l’attribuzione esplicita di preferenze potrebbe basarsi su processi socio-cognitivi distinti dal ragionamento basato sulle credenze.

Questi risultati forniscono spunti rilevanti per la progettazione dell’interazione bambino-robot, facendo ipotizzare che il solo sguardo potrebbe non funzionare come un segnale comunicativo efficace per i bambini piccoli e sottolineando l’importanza di strategie di interazione basate sullo sviluppo nei sistemi robotici progettati per la prima infanzia.

Alcune considerazioni

Ciò non significa che i robot non possano svolgere un ruolo educativo o sociale, spiegano gli autori, tuttavia le evidenze suggeriscono che non basta imitare in un artefatto robotico un singolo segnale umano, come lo sguardo, per renderlo davvero comunicativo agli occhi di un bambino. Occorre che le tecnologie siano progettate e dotate di interazioni più ricche, naturali e adatte allo sviluppo, come parole, gesti, reciprocità, contesto e presenza condivisa, ciò che il bambino maggiormente “legge” e interpreta come significativo.

In questo contesto, di particolare rilievo è l’Intelligenza Artificiale integrata (IA) in supporti fisici, la cosiddetta embodied IA, che trova nella robotica sociale umanoide una delle sue espressioni più complete, rappresentando uno strumento importante per capire come i bambini attribuiscono stati mentali, ad esempio intenzioni, credenze, preferenze, anche alle tecnologie.

Le applicazioni

Le evidenze emerse, se confermate da altri studi, potrebbero spingere a impiegate i robot umanoidi per lo studio di alcuni contesti patologici, come l’autismo ad esempio, dove lo sguardo e l’attenzione condivisa rappresentano dimensioni psicologiche fondamentali nello sviluppo socio-comunicativo e possono risultare particolarmente fragili.

La ricerca si sta pertanto concentrando ad analizzare il ruolo di robot umanoidi come strumenti di supporto per interventi riabilitativi centrati su queste competenze: capire in quali contesti un bambino interpreta lo sguardo di un robot come un segnale intenzionale potrebbe aiutare a progettare interventi più mirati, naturali e sensibili allo sviluppo.

In questa direzione si muove il progetto ROBIN (ROBot-based neuropsychomotor INtervention to promote imitation skills in young children with autism spectrum disorder), finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito della Ricerca Finalizzata iniziato a giugno 2026, con capofila la Fondazione Don Carlo Gnocchi e il CeRiToM dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, coinvolto come gruppo di ricerca sul ruolo dello sguardo e dei processi psicologici in queste forme di intervento.

Fonte

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