La dimissione ospedaliera precoce ha spostato l’assistenza complessa in ambito domiciliare, aumentando il rischio di infezioni correlate all’assistenza sanitaria stessa.
Una recente ricerca sistematica italiana (“Healthcare-associated infections in home care settings: a systematic review of prevalence, risk factors, and prevention strategies“) pubblicata su Frontiers in Public Health indica che la prevalenza complessiva delle infezioni correlate all’assistenza sanitaria in ambito domiciliare varia notevolmente a seconda dei criteri di segnalazione e delle specifiche popolazioni, ma rilevando un cambiamento epidemiologico critico. Infatti, fino al 56% delle infezioni gestite a domicilio sono importate da precedenti ricoveri ospedalieri, introducendo attivamente microrganismi multiresistenti nell’ambiente comunitario.
L’uso prolungato di dispositivi medici invasivi (come cateteri urinari, port impiantabili), combinato con gravi comorbilità croniche, amplifica notevolmente il rischio di infezione. Inoltre, l’aderenza ai protocolli standard di prevenzione e controllo delle infezioni è spesso ostacolata da barriere strutturali, tra cui la mancanza di igiene (85,4%) e di spazio (77,1%).
Gli autori concludono che l’ambiente dell’assistenza domiciliare è sempre più vulnerabile alle infezioni nosocomiali gravi. La mitigazione di questi rischi richiede lo sviluppo di linee guida per il controllo e la prevenzione delle infezioni specifiche per il contesto e l’integrazione della formazione tra gli operatori sanitari che operano nei diversi setting assistenziali. Uno scenario da tenere presente anche in ambito pediatrico, tenendo conto dell’aumento della cronicità e delle condizioni ad alta complessità assistenziale nei bambini e negli adolescenti gestite a livello territoriale.
Fonte
- Morlino G. et al., Healthcare-associated infections in home care settings: a systematic review of prevalence, risk factors, and prevention strategies. Front. Public Health 14:1871184.


