Il Parlamento europeo ha definito l’intelligenza artificiale (AI) come la possibilità da parte di un sistema informatico (o telematico) di mostrare capacità tipicamente umane, quali il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e la creatività. I più aggiornati algoritmi la rendono uno strumento di inimmaginabile potenza, che ne favorisce la rapida diffusione nei vari settori scientifici.
L’AI sta pertanto diventando uno strumento sempre più utilizzato anche in medicina. Come afferma Francesca Clementina Radio (nell’intervista disponibile su Il Pediatra 05/2026), in genetica clinica si utilizzano ormai quotidianamente diversi strumenti bioinformatici che si basano sull’AI; alcuni di questi sono facilmente gestibili da qualunque medico. L’utilizzo dell’AI sta diventando sempre più frequente anche in Pediatria. Basti pensare a settori come l’endocrinologia e la diabetologia pediatrica, i disturbi del neurosviluppo, l’elaborazione delle immagini, o la personalizzazione e il monitoraggio di terapie avanzate (si veda Il Pediatra 02/2025; pagg. 44-49).
Di contro, il progressivo e rapido sviluppo dell’AI in ambito sanitario è tale da far prospettare che essa potrà assumere un ruolo attivo nello svolgimento di alcuni compiti clinici, tanto da far ridurre le opportunità di lavoro, in particolare in alcune specialità mediche e nell’assistenza territoriale. In quest’ultimo settore, ad esempio, strumenti di AI potrebbero fornire assistenza sanitaria urgente (o risposte rapide a bisogni ritenuti urgenti dai cittadini), unitamente a servizi di salute preventiva (screening, counselling, nutrizione, monitoraggio di parametri auxologici/vitali e di alcuni indicatori di salute etc.) precedentemente erogati da professionisti delle cure primarie.
La disponibilità di sistemi sempre più autonomi, capaci di interagire direttamente con Internet e con infrastrutture reali, scrivere ed eseguire codici, usare credenziali, agire senza supervisione costante (G. F. Italiano, Artificial Intelligence e Digital Skills, Università Luiss, Roma) rendono questo scenario sempre più attuale, potendo andare a coprire omogeneamente anche zone disagiate e a bassa densità di popolazione, magari poco appetibili dal punto di vista economico. Tutto questo richiede una riflessione sui rapporti tra forza lavoro medica e AI, a cui ha dedicato un ampio editoriale Dhruv Khullar (1) , sottolineando come le preoccupazioni riguardo all’impatto della tecnologia sul lavoro dei clinici esistono da decenni, ma si sono intensificate negli ultimi anni proprio a causa della crescente sofisticazione e della rapida adozione dell’AI in ambito sanitario.
Le argomentazioni contrarie alla sostituzione del medico con l’AI pongono l’accento su vari fattori normativi e umani: è possibile, ad esempio, che gli agenti di AI non si rivelino efficaci nel mondo reale quanto lo sono stati negli studi sperimentali o che i requisiti normativi rallentino l’implementazione degli strumenti di AI o ne limitino le applicazioni, anche in base a considerazioni a tutela dei pazienti su temi etici o di tipo medico-legale e assicurativo o riguardanti la privacy. Non ultimo, è possibile che i pazienti e i loro familiari continuino ad attribuire maggiore valore a un’assistenza basata sull’empatia e sulla relazione face to face con il professionista di fiducia. Infine, Volker Türk (Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani) ha affermato che l’AI più avanzata potrebbe arrivare a rappresentare “un rischio esistenziale per l’umanità”, chiedendo “un impegno totale” per introdurre garanzie di sicurezza che ovviamente non possono non riguardare anche il campo medico.
Si tratta, dunque, di un tema di rilevante attualità e con numerose sfaccettature anche per la professione di tutti i Pediatri, che meriterà ulteriori futuri approfondimenti.
- Khullar D. Artificial Intelligence and the Future of the Clinical Workforce. N Engl J Med. 2026 Sep 17;395(11):1041-1043. doi: 10.1056/ NEJMp2607831.


