L’obesità è una malattia cronica che inizia in età infantile e può persistere nell’età adulta. La sua prevenzione è fondamentale, a partire dai primi 1.000 giorni, quando è generalmente più agevole intervenire sugli stili di vita e sull’alimentazione. Con la crescita, infatti, il coinvolgimento della famiglia può diventare più complesso e impone di focalizzare l’attenzione su alimentazione e attività fisica. Un aspetto imprescindibile è non attendere la comparsa di un’obesità franca, ma intercettare l’inizio dell’aumento ponderale, che può rappresentare l’avvio del percorso verso l’obesità.
In questo senso assume particolare rilievo l’adiposity rebound, il fisiologico incremento del peso che si manifesta generalmente tra i 5 e i 7 anni. Come ha ricordato Paolo Becherucci, pediatra e past president SICuPP (Società Italiana della Cure Primarie Pediatriche), al Congresso Pisa Pediatria (18-19 settembre 2026), l’anticipazione di questo fenomeno è associata a un maggiore rischio di obesità e di alterazioni metaboliche. Anche piccoli aumenti dell’indice di massa corporea (BMI) sono pertanto da considerare possibili segnali di una traiettoria ponderale sfavorevole.
Il BMI, tuttavia, non dovrebbe essere l’unico parametro da considerare: è utile affiancarlo alla circonferenza della vita e, in particolare, al rapporto tra circonferenza della vita e altezza. Il valore dovrebbe mediamente essere inferiore a 0,5. Un aumento di tale rapporto indica la presenza di adiposità centrale e, se persistente e associato ad altri fattori metabolici e familiari, identifica un profilo di maggior rischio di complicanze metaboliche.
Dalla valutazione antropometrica a quella metabolica
In presenza di un aumento ponderale sono utili alcuni esami di laboratorio, tra cui la glicemia a digiuno (che in età pediatrica dovrebbe essere inferiore a 100 mg/dl), il profilo lipidico (trigliceridi, colesterolo totale e HDL) e le transaminasi. Il rapporto tra trigliceridi e HDL può fornire un’indicazione sull’insulino-resistenza, anche se non esistono valori universali, in quanto i parametri variano in funzione dell’età e del sesso. Va inoltre sottolineata l’importanza del colesterolo non-HDL, facilmente calcolabile come differenza tra colesterolo totale e HDL, che comprende anche le altre particelle potenzialmente aterogene oltre all’LDL.
Le transaminasi, e in particolare l’ALT, possono rappresentare un primo segnale di steatosi epatica, che costituisce un passaggio precedente alla fibrosi. L’esperienza maturata nei programmi dedicati all’obesità mostra che alterazioni epatiche possono essere riscontrate anche in bambini molto piccoli. L’eventuale riscontro di un TSH lievemente elevato con valori normali di FT4, configurando un ipotiroidismo subclinico, non deve invece portare automaticamente ad attribuire l’aumento ponderale a una disfunzione tiroidea. L’aumento del TSH, infatti, può essere una conseguenza, piuttosto che la causa, dell’eccesso ponderale; l’eventuale presenza di ipotiroidismo subclinico va in ogni caso considerata nel quadro complessivo dei fattori associati al rischio metabolico.
Comunicazione, forme particolari di obesità e nuove opzioni terapeutiche
L’approccio all’obesità non riguarda soltanto il bambino, ma deve coinvolgere il contesto familiare: è importante perciò adottare una comunicazione rispettosa, non giudicante e non terroristica, evitando messaggi che possano generare paura e comportamenti alimentari eccessivamente restrittivi. Di particolare utilità sono l’ascolto attivo, la valorizzazione dei tentativi già compiuti e la definizione di obiettivi piccoli, ma concretamente raggiungibili e in grado di fornire una gratificazione e favorire la prosecuzione del percorso. Anche i materiali forniti alla famiglia dovrebbero essere semplici, adeguati al livello culturale e, quando necessario, alla lingua utilizzata.
La disponibilità di nuove possibilità diagnostiche ha permesso di riconoscere forme monogeniche non sindromiche. Un aumento ponderale molto precoce, con obesità già presente intorno ai 3 anni, associato a iperfagia e a una condizione importante di eccesso ponderale, in assenza di particolari dismorfismi, può suggerire una situazione diversa dalla forma essenziale. Possono inoltre essere presenti una crescita ossea avanzata e, in alcuni casi, una familiarità per obesità grave o per chirurgia correlata all’obesità.
Nell’adolescente con obesità persistente o resistente a un corretto approccio comportamentale sono oggi disponibili ulteriori opzioni terapeutiche. Le linee guida pubblicate nel 2026 relative agli adolescenti dai 12 anni in poi riportano indicazioni per l’impiego (da parte di centri specialistici) di liraglutide e semaglutide nei soggetti nei quali l’obesità persiste nonostante un adeguato intervento comportamentale.
Per quanto riguarda gli integratori proposti come coadiuvanti, le evidenze pediatriche risultano nel complesso ancora limitate: in ogni caso non costituiscono una terapia autonoma, ma possono eventualmente rappresentare un intervento complementare all’interno di un approccio complessivo.


