Si è tenuta di recente (5-11 ottobre 2026) la Settimana Nazionale della Dislessia 2026, l’appuntamento promosso dall’Associazione Italiana Dislessia (AID) in concomitanza con la European Dyslexia Awareness Week indetta dalla European Dyslexia Association (EDA).

La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) di origine neurobiologica che compromette la correttezza e la rapidità della lettura.

Un po’ di storia

Il primo utilizzo noto del termine dislessia risale alla fine del XIX secolo, quando veniva impiegato per descrivere adulti con difficoltà di lettura secondarie a patologie cerebrali, nell’ambito più ampio dell’afasia. Poco dopo, il termine “cecità verbale” fu impiegato per descrivere un ragazzo che presentava notevoli difficoltà di lettura, nonostante uno sviluppo altrimenti tipico. Il termine cecità verbale e altri termini dell’epoca, come strephosymbolia (che deriva dal greco antico e significa letteralmente “simboli contorti”), contribuirono a consolidare la convinzione che la causa della dislessia risiedesse in deficit di elaborazione visiva.

Alla fine del XX secolo, gli esperti si sono allontanati dalla visione della dislessia come un problema di deficit visivo o come una discrepanza tra la capacità di lettura di un bambino e le sue capacità intellettive (ad esempio, una discrepanza di QI). In quel periodo, il consenso si è progressivamente consolidato a favore dell’idea che la caratteristica principale della dislessia fosse un deficit fondamentale nel dominio fonologico del linguaggio, che incideva specificamente sulla lettura delle parole, sull’ortografia e sulla fluidità. Questa teoria continua a costituire un’importante prospettiva nella ricerca e nella pratica clinica, sebbene le evidenze più recenti abbiano evidenziato una maggiore complessità del profilo linguistico nella dislessia.

Attraverso il Definition Consensus Project, nel 2002 l’International Dyslexia Association (IDA) ha pubblicato una definizione di dislessia ampiamente utilizzata da clinici e ricercatori e codificata in diversi organi legislativi. La definizione dell’IDA evidenzia le caratteristiche principali della dislessia, affermando che si tratta di «…una specifica disabilità di apprendimento di origine neurobiologica. È caratterizzata da difficoltà nel riconoscimento accurato e/o fluente delle parole e da scarse capacità di ortografia e decodifica. Queste difficoltà derivano tipicamente da un deficit nella componente fonologica del linguaggio… Le conseguenze secondarie possono includere problemi di comprensione della lettura e una ridotta esperienza di lettura che può ostacolare la crescita del vocabolario e delle conoscenze pregresse». Nel 2025, l’IDA ha pubblicato la Definizione di Dislessia del 2025, che chiarisce ulteriormente che nella dislessia «..le difficoltà di fondo con l’elaborazione fonologica e morfologica sono comuni ma non universali, e le precoci debolezze del linguaggio orale spesso preannunciano difficoltà di alfabetizzazione…».

Il ruolo del linguaggio orale nella dislessia

Nonostante i progressi nella definizione operativa di dislessia, permangono incoerenze e incertezze su come i bambini con dislessia vengano identificati e diagnosticati nella pratica clinica e nella ricerca.

Un recente lavoro (“Accounting for oral language skills in children with dyslexia: a review of the literature“), pubblicato su Annals of Dyslexia, ha preso in esame l’evoluzione della comprensione del ruolo delle abilità linguistiche orali nei bambini con dislessia e le modalità sfruttate dai ricercatori di diverse discipline per tener conto dei deficit del linguaggio orale nei partecipanti con dislessia, fornendo raccomandazioni per la ricerca futura in merito alla valutazione del linguaggio orale nei bambini.

Nello specifico, è stata condotta una revisione della letteratura scientifica dal 2000 al 2022 in diverse discipline che studiano i bambini con dislessia, tra cui medicina, psicologia, pedagogia e logopedia. I ricercatori hanno codificato i criteri usati per classificare i bambini come dislessici, specificando se le competenze linguistiche orali fossero state considerate a livello diagnostico o descrittivo. In tutte le discipline, la consapevolezza fonologica è risultata essere la competenza linguistica orale più comunemente vagliata. Gli articoli di ricerca nel campo della logopedia avevano maggiori probabilità di includere misure del linguaggio orale rispetto a quelli di altre discipline.

Per comprendere meglio il ruolo del linguaggio orale nella dislessia, è auspicabile che ricercatori e professionisti includano un’analisi più completa del linguaggio orale nella valutazione dei bambini con dislessia.

Fonte

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