Dai risultati di una ricerca dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, realizzata con il sostegno di AIRC e Ministero della Salute, la possibilità di predire i casi di neuroblastoma che rispondono meglio alle terapie immunologiche

La presenza di due marcatori cellulari e genetici può fornire informazioni sulla sopravvivenza di pazienti con neuroblastoma, e dunque strumenti per la prognosi, e permettere di individuare coloro nei quali le terapie immunologiche avranno un’efficacia maggiore.

Lo studio, pubblicato suNature Communications, è stato realizzato dall’area di ricerca di Oncoematologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con la Fondazione Bruno Kessler di Trento, che ha elaborato le analisi statistiche, ed è stato finanziato da AIRC e Ministero della Salute. Sono stati coinvolti 104 pazienti, la cui diagnosi era stata fatta presso l’Ospedale Bambin Gesù, con neuroblastoma e i risultati ottenuti sono stati validati con una casistica di altri 1.000 pazienti sempre con neuroblastoma e con casistiche di casi con melanoma, cancro al colon, cancro alla mammella e tumori testa-collo (con dati pubblicamente disponibili). Analizzando la quantità di cellule del sistema immunitario presenti nel neuroblastoma, è stato visto che i casi più aggressivi avevano meno infiltrazione di cellule dendritiche e cellule natural killer, e sono stati identificati i geni associati alla presenza di queste cellule nei tessuti: i pazienti che avevano un’espressione aumentata di questi geni avevano anche una prognosi migliore.

Cellule dendritiche e cellule natural killer sono quindi riconosciute come marcatori cellulari a largo significato prognostico, rendendo il sistema immunitario maggiormente capace di controllare lo sviluppo del neuroblastoma e contribuendo a migliorare l’azione di controllo mediata dai linfociti T.

Un ulteriore elemento è rappresentato dal fatto che la presenza di questi due tipi cellulari è correlata a quella delle proteine PD-1 e PD-L1, anch’esse marcatori predittivi della risposta immunitaria: giocano un ruolo di inibitori del sistema naturale di immunosorveglianza e vengono attivate con l’inganno dai tumori. Si tratta di un meccanismo di depotenziamento della risposta immunitaria, su cui agisce l’immunoterapia con anticorpi specifici che disattivano PD-1 e PD-L1.

I risultati della ricerca confermano il ruolo che può avere l’immunoterapia contro il neuroblastoma. I tumori con al loro interno cellule dendritiche e cellule natural killer sono associati a buona prognosi e hanno i requisiti per poter rispondere positivamente alla terapia contro PD-1 e PD-L1. Nei soggetti con le forme di tumore più aggressive possono essere adottate strategie terapeutiche per aumentare il contenuto di cellule dendritiche e cellule natural killer, migliorando sia la reattività naturale del sistema immunitario sia la capacità di rispondere all’immunoterapia mirata su PD-1 e PD-L1.

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