Una ricerca dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, l’Università di Genova e l’University of Melbourne ha studiato come l’organismo possa intercettare e uccidere le cellule infettate dal virus

I linfociti T killer, una particolare popolazione di linfociti, con speciali sensori, riescono a riconoscere, e distruggere, le cellule apparentemente sane ma infettate, in cui si nasconde il citomegalovirs. La segnalazione della scoperta viene da uno studio realizzato dai ricercatori dell’Area di Immunologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù diretta da Lorenzo Moretta, del Laboratorio di Immunologia del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università di Genova e dell’IRCCS San Martino diretto da Maria Cristina Mingari, con la collaborazione dell’Università di Melbourne. La ricerca, sostenuta da AIRC, è stata pubblicata sulla rivista Science Immunology.

Il citomegalovirus, una volta contratta l’infezione, rimane latente tutta la vita nell’organismo ma può riattivarsi nelle persone immunodepresse. Una struttura proteica di questo virus, che è quasi uguale a quella di cellule normali (proteine self), gli permette di nascondersi all’azione dei linfociti T programmati per riconoscere il non self. Ma ci sono altri linfociti, i linfociti T killer, con sensori in grado di riconoscere lo stesso le cellule infettate.

“L’indizio che ha ispirato la ricerca è stato proprio la presenza sulla superficie di questi particolari linfociti, oltre al canonico TCR, di recettori tipici delle cellule NK, da noi scoperti molti anni fa”, racconta Maria Cristina Mingari, direttore del Laboratorio di Immunologia dell’IRCCS San Martino di Genova. “Questi sono veri e propri sensori che danno un potente segnale di attivazione ai linfociti T killer se riconoscono proteine espresse sulla superficie di cellule infettate da virus, o tumori, ma assenti sulle cellule sane. Infatti, in molti casi, le cellule del nostro organismo reagiscono a un evento avverso, come un’infezione da virus o una trasformazione tumorale, esponendo sulla loro superficie proteine particolari per informare del pericolo il sistema immunitario”.

Anche se il citomegalovirus si mimetizza e non rende riconoscibile come non self la sua struttura proteica, i linfociti T killer colgono il segnale da parte delle cellule infettate, potendole così intercettare e distruggere. “Il nostro studio ha fornito un esempio ulteriore della strategia messa in atto dal nostro sistema immunitario per non soccombere ai virus ed eludere i loro inganni. In questo caso, sfrutta queste truppe speciali di linfociti T killer”, dice Gabriella Pietra dell’Università di Genova. “Questi, non potendo contare sul riconoscimento del citomegalovirus tramite il TCR, che non riconosce le proteine del citomegalovirus simili al ‘self’, si sono dotati di armi – i recettori – proprie delle cellule NK, garantendo comunque una difesa efficace, anche in collaborazione con le cellule Natural Killer”.

Un meccanismo di difesa dell’organismo che apre nuove possibilità di trattamento, come spiega Lorenzo Moretta, responsabile dell’Area di Ricerca di Immunologia del Bambino Gesù: “La caratteristica peculiare della popolazione di cellule T killer può aprire la strada a nuove strategie terapeutiche in grado di sfruttarle al meglio, rafforzandole o inducendone una estesa proliferazione nei pazienti con gravi infezioni virali, incluso il COVID-19, o con tumore. È possibile anche ipotizzarne un utilizzo ‘preventivo’ per evitare la riattivazione del citomegalovirus che avviene in circa il 30% dei casi di pazienti immunodepressi, ad esempio in seguito a trapianto di midollo per la cura di gravi leucemie”, racconta il ricercatore, e conclude: “Va poi detto che questa ‘terapia cellulare’ potrà essere utilizzata in combinazione con altre terapie, ad esempio l’immunoterapia con inibitori di checkpoint, aumentandone l’efficacia”. Una scoperta che offre opportunità anche nel campo dell’immunoterapia dei tumori, dove la struttura proteica, antigenica, delle cellule tumorali è molto simile a quella delle cellule normali.

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