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L’identificazione di una malattia rara è un passaggio decisivo, ma non conclusivo. Nei precedenti articoli di questo progetto, partendo dall’inquadramento delle patologie rare e dal riconoscimento di segnali sospetti, si è seguito l’iter che ha condotto a un primo orientamento, alle indagini iniziali per giungere agli approfondimenti specialistici e alla conferma finale della diagnosi.

Ora l’attenzione si sposta sulle possibilità di cura: questo articolo è dunque dedicato alle strategie terapeutiche per le tre patologie rare trattate, la colestasi intraepatica familiare progressiva (PFIC), l’ipofosfatemia X-linked (XLH) el’iperossaluria primaria di tipo 1 (PH1). Per queste condizioni il trattamento non può essere considerato soltanto come la risposta a un sintomo o alla singola complicanza: l’avvento di terapie modificanti la malattia ha progressivamente introdotto un approccio orientato a intervenire sui meccanismi patogenetici e, dove possibile, a incidere sull’evoluzione clinica. Rimane in ogni caso fondamentale anche il trattamento di supporto, che contribuisce al controllo dei sintomi, alla prevenzione delle complicanze e al mantenimento della migliore qualità di vita possibile.

Per il Pediatra di Libera Scelta conoscere questo scenario è di particolare rilevanza. Se, infatti, la gestione terapeutica è affidata ai Centri e ai team specialistici, il bambino continua in ogni caso a crescere e a vivere nel contesto delle cure primarie. Comprendere che cosa si sta trattando, quali obiettivi si pone la terapia e quali aspetti devono essere monitorati nel tempo consente al pediatra di collaborare più efficacemente con lo specialista, di riconoscere eventuali criticità nell’aderenza o nella tollerabilità e di mantenere una visione complessiva del percorso di cura, fino alla transizione ai servizi dell’adulto.

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PFIC: l’innovazione nell’approccio

La terapia della colestasi intraepatica familiare progressiva (PFIC) deve essere impostata precocemente nell’ambito di una presa in carico multidisciplinare della malattia epatica e delle sue possibili complicanze, prestando particolare attenzione al controllo del prurito, al mantenimento di un adeguato stato nutrizionale e alla prevenzione e correzione delle carenze vitaminiche. La colestasi cronica, infatti, può determinare malassorbimento dei grassi e delle vitamine liposolubili e compromettere crescita e stato nutrizionale. Sono pertanto necessari un adeguato apporto calorico, spesso con ricorso a trigliceridi a media catena, e la supplementazione delle vitamine A, D, E e K sulla base del monitoraggio laboratoristico.

A livello farmacologico, l’acido ursodesossicolico (UDCA) è stato a lungo considerato un trattamento di prima linea e per il controllo del prurito sono stati impiegati diversi farmaci (es. rifampicina, colestiramina e antagonisti degli oppioidi), sebbene nessuno di essi sia stato specificamente sviluppato e approvato per il trattamento del prurito colestatico. Nei casi più complessi e non responsivi alla terapia medica, soprattutto in passato, si è fatto ricorso alla chirurgia, mediante diverse tecniche di diversione biliare mirate a interrompere il ricircolo enteroepatico degli acidi biliari e, nelle forme più avanzate e non altrimenti controllabili, al trapianto di fegato.

L’introduzione degli inibitori del trasportatore ileale degli acidi biliari (IBATi), ha modificato profondamente questo paradigma. Poiché circa il 95% degli acidi biliari viene normalmente riassorbito nell’ileo terminale e riportato al fegato attraverso la circolazione enteroepatica, l’inibizione di questo processo significa aumentare l’escrezione fecale degli acidi biliari e ridurre il loro ritorno al fegato.

Attualmente in Italia sono disponibili e rimborsati due inibitori del trasportatore ileale degli acidi biliari per il trattamento della PFIC: odevixibat, primo farmaco della classe autorizzato nel 2022, seguito da maralixibat nel 2025. Nei rispettivi programmi di sviluppo clinico, comprendenti studi di fase II e studi registrativi di fase III, entrambi i farmaci hanno determinato una significativa riduzione del prurito e degli acidi biliari sierici. Sono stati documentati, inoltre, benefici sulla qualità di vita e sulla qualità del sonno, mentre i dati derivanti dal trattamento prolungato suggeriscono un possibile effetto favorevole anche sull’accrescimento staturo-ponderale.

Somministrati per via orale e scarsamente assorbiti, gli IBATi sono generalmente ben tollerati; i principali effetti avversi sono gastrointestinali. È comunque necessario monitorare la funzione epatica e i livelli delle vitamine liposolubili. La risposta può variare in relazione al difetto genetico e alla funzione biliare residua.

Odevixibat e maralixibat rappresentano oggi valide opzioni terapeutiche per il prurito colestatico e costituiscono una delle innovazioni terapeutiche più significative degli ultimi anni nell’ambito dell’epatologia pediatrica, essendo i primi trattamenti mirati a uno dei principali meccanismi fisiopatologici del prurito colestatico. Rimane tuttavia necessario un follow-up più prolungato per stabilire se, oltre al controllo dei sintomi e alla riduzione degli acidi biliari sierici, questi trattamenti siano in grado di modificare la storia naturale della malattia, rallentandone la progressione e riducendo il ricorso alla diversione biliare chirurgica o al trapianto di fegato.

Odevixibat: profilo clinico e terapeutico

Analizzando più nel dettaglio odevixibat, questo viene somministrato per via orale una volta al giorno. Nel trial registrativo PEDFIC 1 (Thompson et al., 2022) sono state valutate dosi di 40 e 120 μg/kg/die. Nella pratica clinica, la dose iniziale (raccomandata a 40 μg/ kg/die) e l’eventuale successivo incremento (fino a 120 μg/kg/die) devono essere stabiliti dal centro specialistico prescrittore in funzione di parametri clinici e secondo quanto previsto dalla scheda tecnica.

Un aspetto particolarmente importante in età pediatrica è la disponibilità di capsule rigide, il cui contenuto in granuli può essere somministrato cospargendolo direttamente su una piccola quantità di alimento morbido oppure disperso in un liquido. Odevixibat presenta un assorbimento sistemico minimo: nella popolazione pediatrica con PFIC, alle dosi studiate, le concentrazioni plasmatiche, nella maggior parte dei campioni, sono risultate inferiori al limite dosabile e con la somministrazione quotidiana non è stato osservato un accumulo significativo.

L’efficacia clinica del farmaco non è correlata all’esposizione sistemica. Anche se un pasto a elevato contenuto lipidico o la somministrazione dei granuli su alimento morbido possono ridurre l’esposizione plasmatica, tali variazioni non sono ritenute clinicamente rilevanti; pertanto, odevixibat può essere somministrato indifferentemente con o senza cibo.

Gli eventi avversi più frequenti sono di tipo gastrointestinale, in particolare diarrea o aumento della frequenza delle evacuazioni, generalmente di entità lieve-moderata e a carattere transitorio. Sono stati segnalati anche aumenti transitori delle transaminasi e della bilirubina. Poiché la riduzione del riassorbimento ileale degli acidi biliari può interferire con l’assorbimento dei grassi e delle vitamine liposolubili, è importante monitorare attentamente lo stato nutrizionale del paziente e i livelli delle vitamine liposolubili, impostando o adeguando la supplementazione quando necessario.

Le principali evidenze dagli studi clinici

L’efficacia di odevixibat è stata dimostrata principalmente nello studio registrativo PEDFIC 1, trial di fase III randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, che ha arruolato 62 bambini e adolescenti (6 mesi-17 anni) affetti da PFIC1 o PFIC2 con prurito e aumento degli acidi biliari sierici. Dopo 24 settimane di trattamento, la percentuale media di valutazioni favorevoli del prurito è risultata pari al 53,5% nei pazienti trattati rispetto al 28,7% con placebo, mentre una risposta biochimica degli acidi biliari è stata osservata nel 33,3% dei pazienti trattati contro nessun paziente nel gruppo placebo. Questi risultati hanno confermato il ruolo di odevixibat nel controllo dei due principali indicatori di malattia: prurito e livello degli acidi biliari. I benefici clinici sono apparsi simili con le dosi di 40 e 120 μg/kg/ die, senza una chiara relazione dose-risposta.

La persistenza dell’effetto è stata confermata dall’estensione in aperto PEDFIC 2 (Thompson et al., 2023), nella quale il miglioramento degli acidi biliari sierici e del prurito è stato mantenuto nel tempo e il trattamento è risultato generalmente ben tollerato e gli eventi avversi osservati sono stati prevalentemente di grado lieve o moderato.

Anche un’esperienza italiana di utilizzo real-world del farmaco (Di Giorgio et al., 2024) ha confermato i risultati degli studi registrativi: in una coorte multicentrica prospettica, comprendente 24 bambini con diversi sottotipi di PFIC, il trattamento per sei mesi ha ridotto gli acidi biliari sierici mediani da 317,1 a 45,6 μmol/L. Il 75% dei pazienti ha raggiunto una risposta biochimica e il 73% è stato considerato responder per il prurito e non sono stati riportati eventi avversi gravi correlati alla terapia.

PFIC: messaggi chiave
↘ Odevixibat è il primo IBAT-inibitore approvato per il trattamento della PFIC
↘ Dose iniziale: 40 μg/kg/die per os, una volta al giorno. Titolazione possibile fino a 120 μg/kg/die secondo giudizio specialistico
↘ I principali benefici clinici documentati sono la riduzione del prurito e la diminuzione degli acidi biliari sierici, con efficacia su lungo termine e un favorevole profilo di tollerabilità
↘ Il miglioramento del prurito può tradursi in una migliore qualità del sonno e della qualità di vita del bambino e dei caregiver
↘ Sarà necessario un follow-up a lungo termine per definire l’impatto della terapia sulla storia naturale della malattia epatica e sulla progressione verso le sue complicanze

XLH: dal trattamento convenzionale a burosumab

«Il panorama terapeutico dell’ipofosfatemia X-linked (XLH) è stato rivoluzionato dall’introduzione di burosumab, un anticorpo monoclonale interamente umano mirato contro il Fibroblast Growth Factor 23 (FGF 23) – osserva Marco Pitea, responsabile dell’Ambulatorio di Patologia Ossea IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano – Mentre la terapia convenzionale (basata sulla somministrazione frequente di sali di fosfato per via orale associati a vitamina D attiva, calcitriolo o alfacalcidolo in gocce per i più piccoli) richiedeva un’aderenza complessa e presentava rischi non trascurabili (tra cui disturbi gastrointestinali e la predisposizione a nefrocalcinosi), burosumab agisce direttamente sul meccanismo patogenetico della malattia».

Il limite fondamentale della terapia convenzionale era quindi di natura fisiopatologica: si cercava di compensare farmacologicamente la perdita renale di fosfato, senza poter intervenire sul segnale ormonale che ne costituisce il principale determinante.

È proprio questo limite che ha aperto la strada a un approccio terapeutico diverso, diretto a contrastare l’eccesso di attività del FGF23, il mediatore centrale della perdita renale di fosfato nell’XLH. Il FGF23 è prodotto prevalentemente dall’osso e agisce a livello renale favorendo la perdita di fosfato attraverso la riduzione dei co-trasportatori sodio-fosfato. Inoltre, inibisce la produzione della forma attiva della vitamina D, contribuendo ulteriormente alla riduzione della disponibilità di fosfato.

L’ipotesi di intervenire direttamente su FGF23 è stata inizialmente verificata nel modello murino Hyp, che riproduce le principali caratteristiche dell’XLH. In questo modello, la neutralizzazione di FGF23 mediante anticorpi specifici ha consentito di correggere il fenotipo ipofosfatemico e rachitico, fornendo la prima evidenza sperimentale che il blocco di questo segnale potesse rappresentare una strategia terapeutica efficace. Questi risultati hanno fornito il razionale per lo sviluppo di un anticorpo monoclonale umano diretto contro FGF23, inizialmente denominato KRN23 e successivamente burosumab.

Il profilo di burosumab

Burosumab viene somministrato per via sottocutanea: nei bambini e negli adolescenti da 1 a 17 anni la dose iniziale raccomandata è di 0,8 mg/kg ogni 2 settimane, con arrotondamento della dose ai 10 mg più vicini e un massimo di 90 mg per somministrazione. La dose viene successivamente adattata in funzione della fosfatemia a digiuno, mantenendola nel range di riferimento per età. Se necessario, può essere aumentata per step di 0,4 mg/kg, fino a un massimo di 2 mg/kg (90 mg per dose); gli aggiustamenti non devono essere effettuati più frequentemente di ogni 4 settimane.

La fosfatemia deve essere dosata a digiuno e monitorata secondo intervalli prestabiliti: ogni 2 settimane nel primo mese, ogni 4 settimane nei due mesi successivi e in seguito con frequenza correlata alla risposta clinica e biochimica. Anche la calcemia deve essere controllata prima dell’inizio del trattamento, 1-2 settimane dopo l’avvio e dopo gli aggiustamenti della dose, oltre che periodicamente.

Prima di iniziare burosumab, il trattamento con fosfato orale e analoghi attivi della vitamina D deve essere sospeso per almeno una settimana e, durante la terapia, la loro somministrazione concomitante è controindicata, perché può aumentare il rischio di iperfosfatemia e ipercalcemia. Al contrario, può essere necessario correggere o mantenere un’adeguata supplementazione con forme inattive della vitamina D, sulla base dei valori di laboratorio e delle indicazioni del centro specialistico.

Le principali evidenze dagli studi clinici

L’efficacia e la sicurezza di burosumab nell’interrompere la cascata patogenetica dell’XLH trovano ampia conferma in una corposa mole di evidenze di impiego in popolazioni pediatriche e adulte. Negli studi clinici ha dimostrato una chiara superiorità rispetto alla terapia convenzionale, ottenendo il ripristino dell’omeostasi del fosfato grazie al blocco diretto di FGF23 e al conseguente incremento del riassorbimento tubulare renale (TmP/GFR) e della sintesi di calcitriolo (1,25(OH)₂D).

In uno studio randomizzato di fase 3 (Imel et al., 2019) su 61 bambini d’età compresa tra 1 e 12 anni, lo switch dalla terapia convenzionale a burosumab ha determinato un miglioramento altamente significativo della gravità del rachitismo già alla 40a settimana, una progressiva riduzione della fosfatasi alcalina (ALP) e un incremento rilevante dello Z-score dell’altezza a 64 settimane, in associazione a un recupero significativo della mobilità al test del cammino dei 6 minuti (6MWT).

Un’evidenza di notevole rilevanza riguarda la popolazione di adolescenti in fase di transizione all’età adulta. Nello studio prospettico di Baroncelli et al. su adolescenti passati dalla terapia convenzionale a burosumab (0,8-1,2 mg/kg ogni 2 settimane), il trattamento ha indotto una rapida normalizzazione della fosfatemia, del TmP/GFR e dei livelli di 1,25(OH)₂D, con significativa riduzione dei valori di ALP. Questo ripristino metabolico si è tradotto in un netto miglioramento dei Patient-Reported Outcomes, con una sensibile riduzione del dolore osseo e della rigidità, restituendo ai pazienti una migliore qualità di vita.

Lo stesso studio ha dimostrato che la sospensione del farmaco alla maggiore età si è associata a un rapido decadimento di tutti i parametri biochimici e clinici: la fosfatemia e il TmP/GFR sono scesi ai valori pre-trattamento, l’ALP è nuovamente aumentata e il dolore osseo severo è ricomparso, con forte disagio psicologico. Tale riscontro, analogo a quanto osservato negli adulti al momento dell’interruzione, sottolinea che per mantenere i benefici clinici e scheletrici durante la transizione all’età adulta è imprescindibile la continuità terapeutica senza interruzioni.

Per quanto riguarda la sicurezza, burosumab ha mostrato un profilo altamente favorevole e ben tollerato: negli studi non sono stati evidenziati eventi avversi severi correlati al trattamento, né un aumento del rischio di ipercalcemia, iperfosfatemia o nefrocalcinosi, limitandosi le reazioni avverse prevalentemente a eventi lievi o moderati nella sede di iniezione sottocutanea. «Le evidenze cliniche internazionali e le recenti linee guida raccomandano l’utilizzo di burosumab sin dal momento della diagnosi, visti gli eccellenti risultati ottenuti nella risoluzione delle lesioni rachitiche e nel ripristino della crescita, difficilmente raggiungibili in passato con la sola terapia convenzionale» conclude Pitea.

XLH: messaggi chiave
↘ Burosumab ha permesso di passare da una terapia sostitutiva a un approccio mirato alla dinamica patogenetica dell’XLH
↘ Dose iniziale raccomandata: per pazienti da 1 a 17 anni, somministrazione sottocutanea di 0,8 mg/kg ogni 2 settimane
↘ L’impatto del nuovo trattamento non si limita alla fosfatemia ma si estrinseca anche nel miglioramento del rachitismo, della crescita, della funzione motoria e dei sintomi
↘ La diagnosi precoce e il trattamento tempestivo sono fondamentali per limitare le conseguenze della malattia durante le fasi cruciali della crescita e il pediatra di famiglia svolge un ruolo importante nel follow-up, monitorando profilo auxologico, sviluppo motorio, dolore, deformità e salute dentale e mantenendo il raccordo con il centro specialistico
↘ La XLH impone continuità terapeutica e monitoraggio, anche nella transizione dall’età pediatrica a quella adulta

PH1: dal trattamento convenzionale all’innovazione

Prima dell’introduzione delle terapie basate sull’RNA interference, il trattamento dell’iperossaluria primaria di tipo 1 (PH1) era essenzialmente finalizzato a ridurre la concentrazione di ossalato nelle urine, limitarne la cristallizzazione e preservare il più a lungo possibile la funzione renale. Questo approccio comprende soprattutto un’adeguata iperidratazione, necessaria per aumentare il volume urinario e ridurre la sovrasaturazione da ossalato di calcio, la somministrazione di citrato, che contribuisce a contrastare la cristallizzazione dell’ossalato di calcio, e la piridossina (vitamina B6) nei pazienti con genotipi responsivi.

La formazione di calcoli è una delle principali manifestazioni cliniche della PH1 e può comportare episodi ricorrenti di colica, ostruzione delle vie urinarie e la necessità di procedure urologiche ripetute. Le opzioni disponibili comprendono, in funzione delle caratteristiche del calcolo e dell’anatomia delle vie urinarie, litotrissia extracorporea, ureterorenoscopia e chirurgia percutanea o, in casi selezionati, open o mininvasiva (laparoscopica o robotica).

Nelle forme più avanzate, storicamente, il trattamento poteva richiedere il trapianto epatico, spesso associato al trapianto renale quando era presente un’insufficienza renale terminale. Procedure complesse, gravate dai rischi chirurgici e dalla necessità di immunosoppressione a lungo termine, particolarmente impegnative nel bambino.

Lumasiran: dalla terapia di supporto a quella disease-modifying

L’introduzione di lumasiran, autorizzato nell’Unione Europea il 19 novembre 2020 per tutte le fasce di età, ha modificato profondamente il paradigma terapeutico della PH1. Si tratta di una terapia mirata e disease-modifying, non corregge direttamente la variante patogenetica di AGXT, ma interviene su una tappa metabolica a monte, riducendo la disponibilità di gliossilato per la produzione di ossalato. In questo modo agisce direttamente sulla principale alterazione biochimica responsabile delle manifestazioni della PH1.

Il meccanismo è indipendente dalla specifica mutazione di AGXT: lumasiran è infatti un piccolo RNA interferente a doppio filamento (siRNA) diretto contro l’mRNA del gene HAO1, che codifica per la glicolato ossidasi (GO), che catalizza la conversione del glicolato in gliossilato. La sua inibizione, quindi, riduce la quantità di gliossilato disponibile per essere convertita in ossalato, determinando una riduzione dell’escrezione urinaria e dei livelli plasmatici di ossalato.

Questo meccanismo spiega anche perché lumasiran non debba essere considerato una terapia genica in senso stretto: il difetto genetico di AGXT rimane presente, ma viene aggirato intervenendo su una via metabolica a monte. È proprio questa caratteristica a rendere il trattamento applicabile a prescindere dal tipo specifico di variante di AGXT.

Il meccanismo sfrutta il naturale processo di RNA interference: una volta captato dagli epatociti, il siRNA viene utilizzato dal complesso cellulare RISC per riconoscere l’mRNA di HAO1 e promuoverne la degradazione, riducendo la sintesi della glicolato ossidasi. La selettività epatica è favorita dalla coniugazione del siRNA con tre residui di N-acetilgalattosamina (GalNAc) che facilitano il riconoscimento da parte del recettore per le asialoglicoproteine (ASGPR), espresso sugli epatociti, favorendone l’ingresso nelle cellule epatiche.

L’indicazione di lumasiran comprende anche i bambini molto piccoli: i dati clinici disponibili includono pazienti di età inferiore a 6 anni, compresi bambini di pochi mesi, anche se al di sotto di un anno d’età l’esperienza è limitata e viene raccomandata cautela. La dose viene stabilita in funzione del peso corporeo: nei pazienti con peso inferiore a 10 kg il regime raccomandato prevede una dose di 6 mg/kg nelle tre somministrazioni iniziali mensili, seguita da 3 mg/kg ogni mese. Nei pazienti con peso compreso tra 10 e 20 kg è prevista una dose di 6 mg/kg nelle tre somministrazioni iniziali mensili, seguita da 6 mg/kg ogni tre mesi. Nei pazienti di peso pari o superiore a 20 kg il regime prevede 3 mg/kg per le tre dosi iniziali mensili e successivamente 3 mg/kg ogni tre mesi. Il trattamento non richiede somministrazioni quotidiane, ma, dopo la fase iniziale, una somministrazione sottocutanea trimestrale o mensile, a seconda del peso, intervallo che contribuisce a renderne più sostenibile la gestione nel lungo periodo.

Le principali evidenze dagli studi clinici

Nel trial registrativo ILLUMINATE-A, condotto in pazienti di età uguale o superiore a 6 anni con eGFR ≥30 mL/ min/1,73 m², lumasiran ha determinato, nei primi 6 mesi, una riduzione media del 65,4% dell’escrezione urinaria di ossalato nelle 24 ore, rispetto all’11,8% osservato con placebo; la differenza tra i gruppi è stata del 53,5%. È stata inoltre osservata una riduzione del 39,8% dei livelli plasmatici di ossalato rispetto al basale. ILLUMINATE-B ha poi incluso bambini di età inferiore a 6 anni, con un range di età alla prima somministrazione compreso tra 4 e 74 mesi. Dopo 6 mesi di trattamento, la riduzione del rapporto ossalato/ creatinina urinario è stata del 72%, con un effetto rapido e mantenuto nel tempo.

La riduzione della produzione di ossalato rappresenta l’obiettivo biochimico fondamentale della terapia, ma la gestione clinica deve continuare a comprendere il controllo dell’idratazione, delle condizioni favorenti la cristallizzazione e della funzione renale, oltre alla sorveglianza della malattia litiasica.

Considerazioni nell’ambito della pediatria territoriale

Come ricorda Francesca Taroni, dirigente medico presso l’UOC Nefrologia Pediatrica Dipartimento Donna-Bambino-Neonato, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, i bambini diagnosticati precocemente con PH1, che iniziano subito la terapia con siRNA, mantengono una funzionalità renale del tutto normale e necessitano di follow-up molto meno frequenti e invasivi rispetto al passato.

«Permangono, tuttavia, alcuni aspetti gestionali complessi – soggiunge Taroni – In primis, trattandosi di farmaci ospedalieri ad alto costo, prescritti e dispensati solo dai centri di terzo livello, l’accesso alla terapia per i pazienti che vivono lontano dal centro di riferimento viene facilitato tramite l’attivazione di programmi di assistenza domiciliare (home care). Infermieri specializzati si recano periodicamente al domicilio del paziente per somministrare il farmaco, riducendo gli spostamenti e migliorando la qualità di vita delle famiglie.

Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, poi, rappresenta un momento critico per l’aderenza terapeutica dei pazienti con patologie croniche. Nell’ambito della calcolosi metabolica, la collaborazione tra specialisti pediatrici e dell’adulto è facilitata dalle frequenti sessioni cliniche e chirurgiche multidisciplinari che vedono i medici dei due setting operare a stretto contatto». Ciononostante, è fondamentale strutturare percorsi di transizione formali ed ecografici per garantire che il giovane adulto mantenga costante la sorveglianza clinica anche una volta uscito dal circuito pediatrico.

Infine, la costituzione di associazioni dedicate, nate anche grazie alle collaborazioni sinergiche tra clinici e famiglie, costituisce un pilastro insostituibile. «Le associazioni non soltanto offrono alle famiglie neo-diagnosticate un prezioso supporto psicologico, relazionale e di condivisione delle esperienze quotidiane, ma cooperano attivamente con i pediatri del territorio facilitando l’individuazione dei centri di riferimento e supportando i pazienti nella navigazione burocratica legata all’ottenimento dei presidi terapeutici e dell’assistenza domiciliare» conclude Taroni.

PH1: messaggi chiave
↘ Una buona idratazione, il citrato e, quando indicata, la vitamina B6 continuano a far parte della gestione della PH1
↘ Lumasiran riduce la produzione di ossalato nel fegato ed è utilizzabile in tutte le fasce d’età: l’efficacia è stata riscontrata anche al di sotto dei 6 anni d’età e si mantiene nel tempo, ma non elimina la necessità di controllare calcoli, idratazione e funzione renale
↘ Dose: nei pazienti con peso inferiore a 10 kg, 6 mg/kg nelle tre somministrazioni iniziali mensili, seguita da 3 mg/kg ogni mese; nei pazienti con peso tra 10 e 20 kg, 6 mg/kg nelle tre somministrazioni iniziali mensili, seguita da 6 mg/kg ogni tre mesi; nei pazienti di peso pari o superiore a 20 kg 3 mg/kg per le tre dosi iniziali mensili e poi 3 mg/kg ogni tre mesi
↘ Il pediatra di famiglia può sostenere l’aderenza alle terapie e all’idratazione, oltre a mantenere il collegamento con il centro specialistico e a contribuire a una presa in carico continuativa del bambino

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