Allattare oltre l’anno come libera scelta

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Non sono moltissime le ricerche dedicate all’allattamento al seno oltre il primo anno di vita, ma le informazioni raccolte finora suggeriscono che questa pratica potrebbe avere un ruolo nel periodo dello svezzamento e per questo motivo non andrebbe sottovalutata. Da alcuni anni, l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Unicef incoraggiano l’allattamento al seno almeno per il primo anno di vita, sostenendo la scelta di prolungarlo negli anni successivi secondo il desiderio della mamma e del bambino.

Più recentemente, anche l’American Academy of Pediatrics e la Canadian Paediatric Society si sono espresse in modo favorevole nei confronti delle madri che decidono di continuare ad allattare per due anni e più. Questa pratica, molto comune in passato anche nelle società sviluppate, è ancora diffusa in alcune comunità dove garantisce un importante contributo nutrizionale al bambino ben oltre l’anno di vita. Dopo i 12-23 mesi d’età, il latte materno rappresenta infatti una valida fonte di energia, grazie all’elevato contenuto in acidi grassi essenziali e micronutrienti, fattore importante soprattutto nei Paesi in via di sviluppo dove il 35-40 per cento del fabbisogno totale e una buona parte dell’introito di vitamina A, calcio, riboflavina può essere garantito dal quotidiano consumo di latte materno (in media 550 g/die), anche durante lo svezzamento. Durante i periodi di malattia, l’allattamento oltre l’anno può essere vantaggioso nel prevenire la disidratazione e nel fornire le sostanze nutritive necessarie per il recupero dalle infezioni quando l’appetito del bambino per altri cibi diminuisce, ma l’assunzione di latte attraverso il seno viene mantenuta. Il prolungamento dell’allattamento è stato anche associato a un minore rischio di infezioni, obesità e malattie metaboliche anche se le relazioni causali alla base di questi effetti restano controverse. Più documentata, invece, una protezione verso l’insorgenza di allergie derivata dall’introduzione più tardiva del latte vaccino in sostituzione a quello materno. Non risulta invece confermata, come ipotizzato da qualche autore, un’interferenza tra allattamento protratto e una buona riuscita dello svezzamento o un corretto sviluppo emotivo verso l’indipendenza e l’inserimento sociale del bambino. Invece è opinione condivisa dalla maggior parte degli esperti che il momento dello svezzamento e l’interruzione dell’allattamento al seno può essere individualizzato in base alle esigenze del bambino. In questo ambito, data la natura limitata delle prove scientifiche, le raccomandazioni si basano in gran parte su parere di esperti. Se la mamma prova soddisfazione e non ci sono controindicazioni di natura fisica o con lo stile di vita, l’allattamento prolungato può essere un’opzione.

1 COMMENTO

  1. Ritengo che un allattamento prolungato al seno, se viene condotto rispettando gli orari dei pasti, con la convinzione della madre di soddisfare un bisogno alimentare del bambino e non come spesso accade “seno a tutte le ore” per soddisfare bisogni diversi dall’alimentare o capricci del bambino, non possa, come causa unica, nuocere alla crescita emozionale e cognitiva del bambino; crescita che già sotto l’ anno può essere condizionata da un accudimento correlato al carattere della persona che accudisce il bambino.

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