La Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) torna a parlare del disegno di riforma dell’assistenza territoriale, e questa volta lo fa attraverso una lettera aperta inviata ai direttori e alle redazioni giornalistiche, in cui la Federazione esprime forte preoccupazione per alcune criticità riscontrate nell’ipotesi di riforma.
La centralità della relazione
Come esposto nella lettera, dal dibattito sulla riorganizzazione dell’assistenza territoriale emerge con forza una riflessione che chiama direttamente in causa i pediatri di famiglia e il valore della loro attività quotidiana. Il SSN italiano è storicamente riconosciuto come uno dei modelli più efficaci a livello internazionale. Tuttavia, questo primato non deriva esclusivamente dall’efficienza delle strutture ospedaliere, bensì da un elemento spesso meno visibile, ma fondamentale: la continuità assistenziale e il rapporto fiduciario tra medico e paziente.
Come sottolineato dalla Federazione questa «certezza intangibile, ma fondamentale» trova la sua espressione più compiuta proprio nella relazione costruita nel tempo tra pediatra e famiglia. Una relazione che integra competenze cliniche, conoscenza della storia personale e attenzione al contesto socio-familiare del bambino.
Il rischio di una trasformazione del modello territoriale
Il modello proposto dalla riforma sudi riforma si fonda sulle Case della Comunità e sulla logica Hub & Spoke, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la prossimità dei servizi. Tuttavia, secondo la FIMP, tale riorganizzazione rischia di produrre effetti opposti rispetto alle intenzioni dichiarate. In particolare, si evidenzia il pericolo di uno «snaturamento della medicina del territorio», con una progressiva perdita della centralità del pediatra di libera scelta.
La concentrazione delle attività in strutture organizzate e la possibile introduzione di modelli basati sulla turnazione possono tradursi, infatti, in una riduzione della personalizzazione dell’assistenza. Si rischia una trasformazione dell’assistenza primaria in un «call center della salute», con un «pediatra senza volto e senza anima». In assenza di una conoscenza approfondita del paziente, si rischia la difficoltà di garantire continuità e qualità della cura. Un turno orario, per sua natura, può coprire un bisogno contingente, ma non può sostituire la relazione costruita nel tempo, né la comprensione delle fragilità cliniche e sociali della famiglia.
Autonomia professionale e disomogeneità organizzative
Un altro punto richiamato dalla Federazione riguarda il tema dell’autonomia del pediatra. Nel modello attuale, basato sul convenzionamento, il pediatra è un libero professionista scelto direttamente dalla famiglia. Questa configurazione rappresenta una garanzia per il paziente: l’autonomia, infatti, sottolinea la lettera, consente al medico di operare secondo scienza e coscienza, senza condizionamenti legati a vincoli di budget, logiche di razionamento o direttive centralizzate. Al tempo stesso, rimane il dovere di rendere conto delle proprie scelte all’Azienda sanitaria, in un equilibrio tra responsabilità professionale e indipendenza clinica.
Il quadro si complica ulteriormente, aggiunge la Federazione, se si considerano le carenze nell’attuazione di strumenti organizzativi già previsti da tempo. Le Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) pediatriche, introdotte dal Decreto Balduzzi (189/2012), risultano ancora oggi in molte realtà incompiute o solo formalmente istituite. Questa mancata implementazione evidenzia una criticità strutturale: prima di introdurre nuovi modelli organizzativi, afferma la FIMP, sarebbe necessario portare a pieno regime quelli già previsti, valorizzando il ruolo della pediatria territoriale e favorendo una reale integrazione tra professionisti.
Il nodo del doppio canale
Tra le criticità più forti segnalate dalla Federazione vi è l’ipotesi di un doppio canale, basato sulla coesistenza di modelli convenzionati e dipendenti, che potrebbe rappresentare, si legge nella lettera, «l’anticamera della privatizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, con bambini di serie A e bambini di serie B», con forti disuguaglianze nell’accesso alle cure. Una criticità che interpella direttamente i pediatri, non solo sul piano professionale, ma anche su quello etico e deontologico, in relazione al principio di equità che fonda il SSN.
«La pediatria di famiglia, fondata sul rapporto fiduciario, sulla conoscenza diretta del paziente e sulla continuità assistenziale, rappresenta un presidio essenziale e irrinunciabile del Servizio Sanitario Nazionale – ha dichiarato a tal proposito Antonio D’Avino, presidente nazionale FIMP – Per questo chiediamo alla stampa italiana di accendere i riflettori su un cambiamento che rischia di incidere profondamente sulla qualità dell’assistenza ai bambini e sulla libertà di scelta delle famiglie. No alla dipendenza. No al pediatra senza volto e senza anima. Sì alla Pediatria di Famiglia, autonoma e vicina».


