Integrare la genomica nei programmi di screening neonatale non rappresenta soltanto un salto tecnologico epocale, ma una scelta strategica capace di riscrivere la tempestività della cura per le malattie rare e, contemporaneamente, ottimizzare l’efficienza e le risorse del Servizio Sanitario Nazionale.

È questo il messaggio centrale emerso da due esperienze cliniche e di economia sanitaria presentate dall’Università di Trieste e dall’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi di Milano, che offrono una solida base scientifica e documentale per ripensare le strategie nazionali di prevenzione.

Da un lato, l’esperienza lombarda, condotta su 108 bambini, evidenzia come l’introduzione del sequenziamento dell’esoma come test di secondo livello (second-tier test), grazie all’aggiornamento delle Linee Guida Regionali sullo Screening Neonatale Esteso, permetta di abbattere di ben due terzi i falsi positivi che emergono dagli screening biochimici tradizionali, azzerando l’ansia delle famiglie e gli accessi inappropriati ai centri di riferimento e lasciando presagire un futuro in cui biochimica e genomico rappresenteranno un approccio integrato.

Dall’altro, lo studio condotto in Friuli-Venezia Giulia apre le porte a una vera e propria rivoluzione metodologica: il modello genomic first.

Oltre la biochimica: i limiti del sistema attuale

Oggi il panorama degli screening neonatali in Italia appare profondamente eterogeneo. Sebbene lo screening metabolico esteso sia una realtà di comprovata efficacia, esso poggia su marcatori biochimici in grado di intercettare solo un perimetro circoscritto di patologie.

«Attualmente gli screening metabolici identificano circa 50 o 60 malattie, a cui si aggiungono poche altre condizioni cliniche – spiega a tal proposito Paolo Gasparini, Ordinario di Genetica Medica all’Università di Trieste, già presidente SIGU e direttore della Struttura Complessa di Genetica Medica dell’IRCCS Burlo Garofolo – Siamo di fronte a un numero limitato di patologie se confrontato con le circa 7-8 mila malattie rare che potenzialmente possono colpire l’essere umano. Inoltre, a causa della regionalizzazione della sanità, persistono forti disparità logistiche e organizzative: vi sono Regioni che screenano 10 patologie, altre 30, altre 60».

La frammentazione territoriale espone i neonati e le loro famiglie al drammatico fenomeno del ritardo diagnostico. Nel caso di patologie orfane di segni precoci evidenti, come molte disabilità intellettive prive di note dismorfiche, i pazienti arrivano all’attenzione dei genetisti clinici in un’età piuttosto avanzata, spesso compresa tra i 10 e i 15 anni. Un’attesa estenuante, costellata da odissee diagnostiche, esami ripetuti e percorsi riabilitativi avviati tardivamente.

Il valore dell’approccio “genomic first”

Per superare queste barriere, il team del professor Gasparini, in collaborazione con la società AdRes (Health Economics & Outcomes Research), ha sviluppato uno studio di economia sanitaria applicando un modello analitico molto rigoroso sui dati del Friuli-Venezia Giulia (una realtà da circa 7.500 nascite l’anno). La ricerca ha messo a confronto i costi complessivi della filiera metabolica attuale con uno scenario in cui a ogni nuovo nato viene eseguito direttamente il sequenziamento dell’esoma (WES) alla nascita.

«Abbiamo condotto una comparazione analitica e dettagliata, monitorando persino i tempi logistici di trasporto delle provette e le ore del personale sanitario – evidenzia Gasparini – Dai risultati emerge che, ai prezzi correnti di mercato, l’approccio genomic first comporta un incremento di costo di appena 50 euro a neonato rispetto al test metabolico tradizionale. Una cifra che, se moltiplicata per i nati della nostra regione, si traduce in poche centinaia di migliaia di euro: un investimento che non stravolge affatto i bilanci sanitari regionali».

A fronte di questa spesa operativa iniziale, stimata in circa 1,4 milioni di euro, il ritorno in termini di sostenibilità e risparmio per il SSN è straordinario. Prendendo come modello l’impatto di un’anticipazione diagnostica alla nascita su sole quattro patologie (fibrosi cistica, atrofia muscolare spinale – SMA, malattia di Fabry e sindrome di Dravet), lo studio calcola un risparmio netto per le casse regionali di circa 2,2 milioni di euro l’anno. I risparmi derivano direttamente dall’azzeramento delle diagnosi tardive, dalla riduzione delle complicanze cliniche e dalla contrazione dei costi legati a percorsi assistenziali disorganizzati.

I benefici invisibili: qualità della vita e valore sociale

Le stime economiche elaborate, per quanto imponenti, rappresentano solo la punta dell’iceberg. Lo screening genomico su scala totale permetterebbe infatti di individuare annualmente, nella sola regione Friuli-Venezia Giulia, ulteriori 7-8 bambini affetti da patologie genetiche altrimenti invisibili ai test biochimici tradizionali.

«In casi complessi come le disabilità intellettive è estremamente difficile stimare una traiettoria di costo standard, motivo per cui non abbiamo inserito questa voce negli oltre 2 milioni di risparmio calcolati – precisa il professore – Tuttavia, è evidente che fare la diagnosi alla nascita garantisce un vantaggio sociale inestimabile. Significa implementare tempestivamente i giusti supporti medici, migliorare l’efficacia di qualsiasi terapia riabilitativa e sollevare le famiglie caregiver da anni di incertezza, migliorando sensibilmente l’outcome clinico e la qualità della vita del paziente e del suo nucleo familiare».

Risolvere le sfide etiche e organizzative si può

Nonostante i dati dimostrino la sostenibilità e il valore clinico del sequenziamento di massa alla nascita, l’introduzione della genomica come primo screening solleva spesso scetticismi legati alla gestione dei dati sensibili e ai cosiddetti incidental findings (i reperti accidentali legati a patologie dell’età adulta). Obiezioni che, secondo Gasparini, non devono frenare il progresso scientifico.

«Già oggi i laboratori gestiscono centinaia di genomi al mese per scopi diagnostici; la privacy e la protezione dei dati sono realtà consolidate, occorre solo potenziare le infrastrutture di storage informatico – conclude il genetista – Se l’esame rivela lo status di portatore sano per una determinata condizione, si può stabilire a livello regolatorio di secretare il dato e renderlo accessibile al paziente solo al compimento del diciottesimo anno di età. In un sistema sanitario costretto a continui tagli lineari, la vera scommessa risiede nella medicina d’anticipazione: investire oggi nella prevenzione genomica neonatale è l’unica via percorribile per abbattere i costi futuri della sanità e garantire un diritto alla salute equo e tempestivo».

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