La distrofia muscolare di Duchenne è una malattia genetica rara causata da mutazioni del gene DMD, localizzato sul cromosoma X, che impediscono la produzione della distrofina funzionale, una proteina essenziale per l’integrità della cellula muscolare.

Come chiarisce Eugenio Mercuri, direttore dell’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile del Policlinico Agostino Gemelli, Università Cattolica di Roma: «la carenza di distrofina causa l’attivazione patologica degli enzimi HDAC (istone deacetilasi) che, a loro volta inibiscono la rigenerazione muscolare. In assenza di distrofina, in sintesi, il muscolo viene progressivamente sostituito da tessuto fibroso o adiposo e perde gradualmente la propria funzionalità».

La malattia colpisce a livello globale circa uno su 5.050 nati maschi, ed esordisce nell’infanzia. I primi sintomi compaiono tra i due e tre anni di età, a partire da un ritardo nella deambulazione; il bambino mostra inoltre difficoltà nel saltare, salire le scale o alzarsi da terra. Segnali spesso sottovalutati o interpretati in modo errato, che comportano un ritardo diagnostico di circa un anno.

Evoluzione e perdita della funzionalità

La DMD è la forma più comune, e più grave, di distrofia muscolare; è infatti caratterizzata da un andamento progressivo e invalidante che porta rapidamente alla perdita di autonomia, e in seguito alla degenerazione dei muscoli scheletrici, del muscolo cardiaco e dei muscoli respiratori. La gestione della malattia richiede un approccio multidisciplinare e la collaborazione di diversi specialisti tra cui neurologo, ortopedico, fisioterapista, pneumologo, cardiologo, nutrizionista.

«Una terapia di supporto basata sulla somministrazione di corticosteroidi associati a fisioterapia permette, nei primi anni di malattia, una crescita del bambino – precisa Mercuri – Nella maggioranza dei casi, tuttavia, verso i sette anni si verifica un declino, con la progressiva perdita di deambulazione e la necessità di ricorrere, intorno ai 13-14 anni, alla sedia a rotelle».

Una nuova opportunità terapeutica

In assenza di una cura definitiva, la recente approvazione di givinostat introduce una novità per il trattamento della DMD. Givinostat è un inibitore dell’istone deacetilasi di classe I e II che modula l’attività incontrollata dell’HDAC, e permette di ridurre il danno alla fibra muscolare, favorendo la rigenerazione dei muscoli. Il meccanismo di azione prescinde dal tipo di mutazione genetica alla base della malattia, per questo può essere utilizzato su tutta la popolazione di pazienti.

Il farmaco, a somministrazione orale, è indicato per il trattamento di pazienti di almeno sei anni di età che non abbiano ancora perso la capacità di deambulazione, in associazione a corticosteroidi. Secondo i risultati degli studi clinici i pazienti trattati con givinostat hanno ottenuto, dopo un periodo di 72 settimane, migliori risultati rispetto al gruppo di controllo in una serie di test di funzionalità e forza muscolare.

«Mantenere la capacità di salire tre gradini potrebbe sembrare un risultato trascurabile, ma può fare la differenza ed equivale a superare oltre il 90% delle barriere architettoniche presenti nelle nostre citta» precisa Filippo Buccella, fondatore dell’associazione Parent Project.

Nei pazienti in trattamento con givinostat le sperimentazioni hanno inoltre evidenziato il prolungamento della capacità di deambulazione di 2,9 anni, rispetto a quelli in terapia di supporto. «Anche questo potrebbe sembrare un risultato minimo, ma in realtà può incidere molto sulla qualità della vita dei ragazzi; un periodo di tempo di tre anni rappresenta un importante ponte nella transizione verso l’adolescenza» prosegue Buccella.

Sebbene la disponibilità del nuovo farmaco rappresenti un primo passo verso una migliore gestione della malattia, permangono bisogni insoddisfatti. Sono oggi in corso studi che valutano l’efficacia di givinostat nei bambini di età inferiore ai sei anni, e nei pazienti che abbiano già perso la capacità di deambulazione.

Un aspetto cruciale riguarda l’evoluzione della DMD; secondo Buccella «il passaggio all’età adulta è tutto da costruire. Su questo sono in corso collaborazioni tra le associazioni, anche a livello internazionale. È possibile affermare che la malattia ha un andamento prevedibile, e questo permette di anticiparne le conseguenze per la vita dei nostri figli».

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