Non è quasi mai esente da esiti postumi. Il trauma cranico nelle fasce più giovani di popolazione, come bambini e adolescenti, può dare manifestazioni a lungo termine, una volta conclusa la fase acuta immediata. Ad esempio possono insorgere problematiche di tipo psico-emotivo o un aumento del dolore.

Sono le evidenze di uno studio (“Family Resilience and Mental and Physical Health Sequelae of Pediatric TBI in Youths“) recente, del Center for Injury Research and Policy del Nationwide Children’s Hospital di
Columbus (Usa), pubblicato su Jama Network Open.

Le conseguenze

Ansia, depressione, cefalea persistente, dolore cronico: sono le implicazioni, più frequenti, successive a un trauma cranico (TBI) in bambini e adolescenti, che genera un impatto peggiorativo complessivo della salute mentale e del dolore. Esiti che sarebbero confermati da un vasto studio trasversale americano che ha coinvolto circa 33mila bambini, di età compresa fra 6 e 17 anni di cui una quota pari a 1.195 piccoli, aveva ricevuto una diagnosi pregressa di trauma cranico.

I dati sono stati raccolti dal National Survey of Children’s Health (NSCH) del 2022 e del 2023 e da una indagine rappresentativa a livello nazionale condotta dall’US Census Bureau e sponsorizzata dall’Health Resources and Services Administration Maternal and Child Health Bureau. È stato osservato che i bambini con TBI, a differenza dei compagni che non erano stati esposti a questo evento, mostravano un rischio 3 volte superiore di soffrire di ansia, doppio di avere depressione, e una probabilità 7 volte maggiore di manifestare mal di testa e di 4 volte superiore di sviluppare depressione.

Oltre a valutare le sequele del trauma, lo studio aveva anche l’obiettivo di identificare/valutare una possibile correlazione con le caratteristiche familiari che possono favorire o contrastare questo fenomeno, come la resilienza ad esempio. Il NSCH raccoglie infatti anche dati, riportati dai genitori, sulla salute di bambini e adolescenti, sul contesto familiare e sui determinanti sociali in tutti i 50 stati degli Stati Uniti e nel Distretto di Columbia.

I risultati

Lo studio ha messo a confronto i dati di bambini i cui genitori hanno segnalato una diagnosi medica di TBI con quelli che in cui questo evento era assente, escludendo bambini e adolescenti con comorbilità. I pesi del sondaggio hanno tenuto conto della complessità del campionamento per generare stime rappresentative a livello nazionale. L’analisi dei dati è stata condotta dal 1° giugno al 13 novembre 2025.

Nello specifico, sulla totalità di 33.572 partecipanti, 1.195 individui (3,5%; 47,0% [IC 95%, 41,2%-52,9%] femmine; 46,5% [IC 95%, 41,0%-52,0%]) di età compresa tra 15 e 17 anni, avevano una storia di trauma cranico diagnosticato clinicamente a fonte di 32.377 bambini e giovani (96,4%; 54,0% [IC 95%, 52,9%-55,1%] femmine; 51,7% [IC 95%, 50,6%-52,8%]) di età compresa tra 6 e 11 anni che non avevano subito alcun trauma cranico. Coloro che erano stati esposti a questa tipologia di incidente presentavano una prevalenza significativamente più elevata di cattiva salute rispetto a quelli senza trauma cranico: ad esempio, ansia attuale del 12,9% [95% CI, 9,3%-16,5%] contro 4,7% [95% CI, 4,3%-5,0%]; rapporto di prevalenza aggiustato, 1,83 [95% CI, 1,38-2,43]. Inoltre, avevano maggiori probabilità di ansia attuale (rapporto di probabilità aggiustato [aOR], 1,87 [95% CI, 1,31-2,67]), depressione (aOR, 1,98 [95% CI, 1,13-3,47]), cefalea frequente (aOR, 7,76 [95% CI, 2,71-22,20]) e dolore cronico (aOR, 3,99 [95% CI, 1,81-8,77]).

Le analisi di interazione hanno evidenziato una modificazione dell’effetto sulla scala moltiplicativa (OR) per la depressione, con probabilità più elevate osservate a livelli di resilienza moderati (aOR, 5,64 [95% CI, 1,13-28,20]; P = 0,04) e bassi (aOR, 6,41 [95% CI, 1,24-33,20]; P = 0,03) rispetto al gruppo di riferimento (nessun trauma cranico per alta resilienza).

In conclusione

Lo studio sembra evidenziare che la resilienza familiare si associa a una variazione nell’associazione tra trauma cranico e depressione. Resilienza familiare che svolgerebbe anche un ruolo importante nel recupero di un paziente con trauma cranico, superato meglio nelle famiglie che reagiscono allo stress (resilienti), che comunicano più efficacemente e che mobilitano le risorse collettive quando affrontano una crisi o eventi familiari importanti.

Pertanto gli autori evidenziano che il rafforzamento dei sistemi di sostegno familiare e della resilienza possono essere parte, efficace e efficiente, nel percorso/processo a favore di outcome migliori a lungo termine in pazienti con TBI. Tali risultati vanno dunque in due direzioni con utili indicazioni: da un lato supportano la necessità di ulteriori indagini sugli approcci riabilitativi focalizzati sulla famiglia in studi prospettici, dall’altro sottolineano l’importanza di eseguire di routine screening per la salute mentale e di follow-up a lungo termine nei piccoli, giovanissimi che hanno subito un TBI.

Fonte:

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here