La vitamina D offre un importante supporto alle ossa nei primi anni di vita, soprattutto durante i primi 1.000 giorni, potenziando e proteggendo la salute scheletrica, ad esempio contro il rachitismo. Nuove evidenze, inoltre, suggeriscono un ruolo della vitamina D in ambito pediatrico nell’influenzare i processi immunitari, metabolici e in alcuni percorsi neuroevolutivi. È quanto emerge da un recente studio italiano (“Vitamin D: Nutritional Programming During the First 1000 Days of Life“) pubblicato su Nutrients.

La vitamina D

Questo micronutriente potrebbe avere una plausibilità biologica come fattore di programmazione nella prima infanzia. I dati a riguardo non sono molti, né uniformi e robusti, ma le nuove tendenze invitano a proseguire con studi di “validazione” per poter confermare e considerare la vitamina D come un’opzione di integrazione nella crescita del bambino più personalizzata, che tengano conto cioè anche della genetica, dei livelli basali di vitamina D e dei tempi di esposizione a questa sostanza della mamma durante la gravidanza e del bambino nei primi anni di vita.

Fattori materni, infantili e ambientali, infatti, possono influenzare la programmazione nutrizionale sia in corso di gravidanza sia nella prima infanzia e oltre. Per arrivare a questa tesi i ricercatori italiani hanno utilizzato il modello DOHaD (Developmental Origins of Health and Disease) per valutare il ruolo fisiologico della vitamina D (vit D) durante i primi 1.000 giorni di vita. Questa analisi ha fatto emergere non solo la compartecipazione della Vit. D nella prevenzione nutrizionale di malattie scheletriche come il rachitismo, ma, aspetto nuovo e ancora più importante, la capacità di questo ormone (come viene oggi considerata la Vit. D) di influenzare l’attività di oltre 1.000 geni attraverso il recettore nucleare della vitamina D (VDR), con potenziali implicazioni per la salute immunitaria, metabolica e per alcuni aspetti dello sviluppo neurologico.

Lo studio

I primi 1.000 giorni del neonato sono oggi considerati, in ambito pediatrico, una “finestra di opportunità” e al contempo una “finestra di suscettibilità”, durante la quale gli stimoli ambientali condizionano significativamente il decorso della salute a lungo termine. La Vit. D, spesso definita “vitamina del sole”, è stata storicamente studiata per il suo ruolo nell’omeostasi del calcio e del fosfato. Ricerche più recenti hanno dimostrato però che essa ha effetti significativi anche al di fuori dell’apparato scheletrico.

Nonostante il suo ruolo cruciale, la carenza di Vit. D rimane un problema di salute globale, con stime che arrivano al 28% della popolazione generale, ciò anche in contesto gravidico. Ad esempio, metanalisi condotte su donne in gravidanza (n > 54.000) attestano una particolare vulnerabilità alla carenza di Vit. D, con il 54% di casi che presentano livelli sierici di 25(OH)D inferiori a 20 ng/mL (50 nmol/L). Poiché le riserve neonatali dipendono in larga misura dal trasferimento materno, tale carenza può predisporre i neonati a esiti avversi.

L’analisi italiana è stata condotta su studi estrapolati dai maggiori database (PubMed, Scopus, Cochrane) che includevano revisioni sistematiche, metanalisi, studi clinici randomizzati controllati (RCT) e studi osservazionali di alta qualità, comprensivi di biomarcatori come le concentrazioni sieriche di 25(OH)D, esiti scheletrici tra cui il contenuto minerale osseo (BMC) e la densità minerale ossea (BMD), indicatori immunitari e metabolici come le infezioni acute delle vie respiratorie (ARTI) e l’indice di massa corporea (BMI), e percorsi molecolari tra cui la trascrittomica e l’epigenetica. Obiettivo dei ricercatori era anche quello di esaminare diversi regimi di dosaggio della Vit. D, dall’integrazione standard di 400 UI/giorno a interventi materni ad alto dosaggio di 6.400 UI/giorno durante l’allattamento.

I risultati

I dati mostrano che la Vit. D è coinvolta in diverse funzioni fisiologiche in vari ambiti dello sviluppo: in ambito scheletrico, l’integrazione con 1.000 UI/giorno durante la gravidanza ha aumentato la massa minerale ossea (BMC) totale del neonato, con una certa persistenza fino alla media infanzia, sebbene la rilevanza clinica a lungo termine rimanga incerta.

Per la regolazione immunitaria, metanalisi condotte su oltre 48 mila partecipanti hanno mostrato una lieve riduzione del rischio di infezioni respiratorie acute (ARTI) con l’integrazione di Vit. D, in particolare a dosi di 400-1.000 UI al giorno. Tuttavia, gli effetti non sono risultati significativi nei neonati di età inferiore a 1 anno, indicando risposte età-dipendenti.

Per quanto riguarda gli esiti metabolici e alla nascita, studi osservazionali su oltre 35 mila coppie madre-figlio hanno collegato bassi livelli materni di 25(OH)D a un rischio maggiore di neonati piccoli per età gestazionale (SGA) e a un peso alla nascita inferiore, sebbene i dati degli studi randomizzati rimangano incoerenti. Per la programmazione molecolare, l’integrazione materna è stata associata a una ridotta accelerazione epigenetica dell’età gestazionale e ad un’alterata espressione genica placentare, sebbene le implicazioni cliniche rimangano incerte.

Conclusioni

La revisione supporta la plausibilità biologica della Vit. D come fattore di programmazione nutrizionale nella prima fase della vita. Il suo ruolo si estende oltre la salute scheletrica, includendo la tolleranza immunitaria e possibili effetti neuroevolutivi, sebbene le evidenze relative a questi esiti siano ancora in fase di sviluppo ed eterogenei.

Le linee guida della Endocrine Society del 2024 suggeriscono un’integrazione empirica durante la gravidanza a circa 2.500 UI/giorno, sottolineando al contempo che i benefici non scheletrici non sono ancora definitivi. In funzione delle criticità ancora esistenti, la ricerca futura dovrebbe adottare approcci di nutrizione di precisione che tengano conto della variabilità genetica, inclusi i polimorfismi nella proteina legante la vitamina D (DBP), che possono influenzare le risposte individuali all’integrazione.

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