Riforme: parole o fatti?

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Il tema delle riforme è quello più attuale. Riforme invocate a ogni livello – locale, nazionale, europeo – che dovrebbero semplificare la vita sia dei cittadini sia delle istituzioni, con riflessi positivi sulle condizioni non solo dei singoli ma anche della comunità, che sta rischiando un declino sociale ed economico. Il mondo della Sanità, e della salute in senso lato, non ne può rimanere escluso. Si “sentono” così ipotesi e proposte, a volte fantasiose, che mettono anche in discussione lo stesso SSN, di cui si è da pochi mesi celebrato il 35° compleanno nell’indifferenza quasi generale (Il Sole 24 ore Sanità, 2014).

Il tema riguarda ovviamente anche la Pediatria, che ha – da anni – problemi strutturali, ormai impellenti sia per la progressiva riduzione del numero di pediatri (3.000 professionisti nel 2020) sia per la mancata razionalizzazione del modello italiano di assistenza a infanzia e adolescenza, praticamente unico in Europa. L’attuale assetto rimane contraddistinto da un eccessivo numero di unità operative di pediatria – spesso troppo piccole per assicurare adeguati standard di assistenza – e dalla capillare diffusione della pediatria di famiglia – oltre, ove esistenti, ai servizi di pediatria di comunità – spesso con overlap di compiti e competenze, regolate complessivamente dal progetto obiettivo materno-infantile del 2000, scritto in pratica nel decennio precedente, mai compiutamente operativo e ormai obsoleto, a cui si aggiunge una regionalizzazione “selvaggia”, che ulteriormente complica scenario d’insieme, garanzie assistenziali e a volte i rapporti stessi tra i pediatri. Si ha inoltre un cambiamento nell’epidemiologia dei bisogni di salute [pretermine di alto grado, malattie croniche e rare, disabilità e non autosufficienza (anche delle famiglie), patologia neuropsichiatrica, nuove e vecchie malattie infettive, disturbi nutrizionali, salute dei bambini provenienti da altri paesi, ecc.), che non sempre sono presi in adeguata considerazione nella programmazione sanitaria e formativa.

Le riforme da anni prospettate, anche dai pediatri, sono dunque inevitabili per rendere più attuale il funzionamento del sistema, assicurando al contempo il diritto a un’assistenza universalistica di qualità a tutti i minori, in particolare a quelli con maggiori bisogni. Alcuni passi sono stati compiuti, come il documento SIN sugli standard per la valutazione dei punti nascita, l’accordo per la chiusura dei centri nascita con meno di 1.000 parti l’anno, la centralizzazione delle attività di terapia intensiva neonatale. Tuttavia, anche questi tardano a essere messi in pratica per indecisione politica e resistenze locali. Altre proposte rischiano di rimanere enunciati di principio, anche per divergenze all’interno della nostra variegata categoria professionale, incapace di convergere unitariamente su definiti obiettivi comuni, piuttosto che “litigare per una crosta di formaggio”, senza una visione ampia del futuro.

A fronte della scarsità di risorse pubbliche, in gran parte assorbite dall’assistenza all’anziano come ribadito dal ministro della Salute, due atteggiamenti sono possibili: essere promotori del cambiamento proponendo una concreta razionalizzazione dei futuri servizi sulla base di rigorose evidenze scientifiche e della profonda conoscenza di diritti e bisogni di salute di neonati, bambini e adolescenti (anche rinunciando a parte dei propri privilegi personali) o rimanere in posizione di difesa attendendo il cambiamento dall’alto (F. Longo, Prosp Pediatr 2014), gattopardescamente sperando che le riforme rimangano – in concreto – solo un ambito di discussione. La seconda prospettiva è probabilmente perdente non solo per la nostra categoria professionale, ma soprattutto per la salute dei ragazzi di oggi e dell’intera popolazione di domani.

Silvano Bertelloni

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