Una Pediatria per la società

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Family doctorContinua ad aumentare la denatalità in Italia. I più recenti dati Istat dimostrano che nel 2014 vi sono stati 509.000 nuovi nati, cioè il livello minimo dall’Unità d’Italia a oggi. Per la prima volta calano le nascite anche tra le donne straniere, che negli ultimi anni hanno contribuito a sostenere la natalità nel nostro Paese. Sottolinea l’Istat che il tasso di natalità è insufficiente a garantire il ricambio generazionale. In effetti, a livello di popolazione la fascia di età 0-14 anni (13,8%) è nettamente inferiore a quella degli ultrasessantacinquenni (21,7%). Il fenomeno è certamente multifattoriale con profonde radici in ambito sociale. Scriveva alcuni anni fa G. Roberto Burgio che questa situazione pone l’Italia in cima ai paesi europei con la più bassa natalità, spesso con madri sempre più anziane al momento della prima gravidanza (l’attuale età media al parto è 31,5 anni) e con aumento dei nuclei familiari “non convenzionali”. Si tratta di situazioni che determinano maggiori “ansie” nei confronti dei figli con possibili evoluzioni a lungo termine sullo sviluppo psico-fisico ancora non ben definite; sicuramente aumentano le richieste di assistenza anche per banalità vissute però con grande preoccupazione.

Accanto a questo fenomeno, la cronaca ci pone giornalmente spunti di riflessione sui pericoli che minacciano i “pochi” neonati e bambini italiani sia a livello collettivo che individuale. Solo per citare alcuni esempi, abbiamo neonati deceduti per carenze organizzative, anche in conseguenza di mancata osservazione delle “regole” promosse dalla Società di Neonatologia e recepite dal Ministero della Salute ma mai realmente applicate, e lattanti trovati morti perché nessuno “ha visto” le condizioni di estrema indigenza in cui vivano. L’attuale sistema sanitario con molte competenze demandate ai singoli piani regionali ha poi determinato poi l’emergere di un quadro di protezione della salute estremamente variegato con una rilevante eterogeneità territoriale, che rappresenta una forte limitazione al diritto costituzionale di tutela della salute del singolo e della popolazione. Persistono quindi diseguaglianze nell’offerta assistenziale per cui nascere in una regione rispetto a quella vicina offre la possibilità o meno di usufruire di uno screening più o meno allargato per le malattie genetiche o metaboliche (v. Il Pediatra 1/2015) o di un percorso vaccinale più o meno completo con il riemergere di patologie credute sconfitte (v. Lettura Burgio in questo numero). A questo proposito, merita anche riflettere sul fatto che i recenti dati dell’Istituto Superiore di Sanità dimostrano una riduzione delle coperture vaccinali medie a 24 mesi, raggiungendo il livello più basso degli ultimi 10 anni, probabilmente anche frutto di diversità legislative e di gravi carenze culturali della nostra società (G. Andria, 2015). Purtroppo questa ignoranza non risparmia neppure la nostra comunità professionale. Basti pensare a recenti posizioni di alcuni pediatri sulle vaccinazioni o all’incredibile vicenda Stamina (v. Il Pediatra 4/2013), che ha coinvolto il nostro sistema sanitario anche dal punto di vista economico, riducendo finanziamenti alla ricerca di qualità e a seri percorsi di presa in carico per i bambini con malattie croniche e rare complesse.

E così potremmo continuare, ricordando temi che si trascinano negli anni – più volte affrontati su questa Rivista – ma senza che si intraveda una concreta volontà di affrontare seriamente i problemi sulla base delle attuali evidenze scientifiche, anche dal punto di vista organizzativo. Il Pediatra continuerà comunque a dar voce alle sempre più complesse problematiche mediche e sociali di infanzia e adolescenza – anche rischiando un “tormentone” – in modo da incentivare la costruzione di una “lobby di advocacy” a favore della promozione e difesa dei diritti dei minori e di una Pediatria in grado di offrire risposte realmente pedocentriche a bisogni di una società che cambia.

Silvano Bertelloni

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